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Bazzecole e pistacchi: Ci facciamo ridere

Categoria: Analizzando

 

Uomo che ride-4 BAZZECOLE E PISTACCHI

 

Ci facciamo ridere

  

 

Attenzione: Se io ti racconto una barzelletta e tu ridi, posso concludere: “Io ti faccio ridere”. Se la racconto a un altro, e ride anche lui, dico: “Io lo faccio ridere”. Naturalmente a tutti e due insieme, se ridono, esclamerò soddisfatto: “Io vi faccio ridere”. E così pure se parlo di altri, mi vanto e divulgo: “Io li faccio ridere” appagato della mia vis comica. 

  

E che succede se io faccio ridere anche me perché, per esempio, mi è venuta in mente una battuta assai divertente, te la dico e ridiamo insieme, tu ed io? Per questa situazione la frase dovrebbe essere: “Io ci faccio ridere”. 

 

Ma abbiamo soggezione della lingua italiana, perché la frase è corretta ma ci sembra stonata e preferiamo non sottolineare che ridiamo anche noi alle nostre battute.  

  

Però la questione veramente si allarga e si trasforma in altra: da linguistica diventa psicologica.  Viene voglia di indagare e una domanda si impone: non diciamo “Io ci faccio ridere” perché suona male nella lingua italiana o perché non ci piace quando ci facciamo ridere? E intendiamo che non ci piace ridere alle nostre stesse battute oppure non ci piace ridere proprio di noi stessi, cioè delle cose che diciamo e facciamo? Ecco che scaturisce una preoccupazione molto seria, perché se non ridiamo di noi stessi è un grosso guaio. Invece purtroppo tendiamo a ridere degli altri, che è peggio.

  

Così un discorso semiserio sulla nostra lingua ne ha aperto un altro che invece appare subito grave, e lo è. 

 

È bene ridere di noi stessi, indipendentemente dalle battute che ci vengono in mente. È bene ridere di noi stessi e di ciò che ci accade, anche delle avversità sia se sappiamo affrontarle e tenerle a bada, perché potrebbero dilatarsi, sia se ci lasciamo abbattere da ciò che ci accade di spiacevole. Molti invece si difendono dalle disgrazie negandole, sperano così di esorcizzarle, di allontanare in questo modo il male. Non sanno che il male permane e che invece dobbiamo agire su di noi, in noi, per irrobustirci, e non sanno, in molti, che il ridere di noi ci serve proprio perché ci dà vigore e ci fortifica. Mentre il ridere degli altri alla lunga ci rende fragili.  

 

 25.11.2020

  

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 Uomo che sa

 BAZZECOLE e PISTACCHI

 

 

Il mio esperto è più esperto del tuo

 

 

 

Spesso accade in internet – il periodo è favorevole –  che leggiamo scritti di persone che vengono presentate come esperti di qualcosa e forse lo sono nel senso che hanno studiato l’oggetto o l’evento in questione. 

 

Ma quando l’oggetto o l’evento è controverso ecco che chi si oppone a certe spiegazioni “contrattacca” presentando altri esperti,  che esprimono argomentazioni opposte.  Allora emerge  e si accende  una curiosa battaglia di esperti e di chi li propone, che sembra proprio che ciascuno dica all’avversario “il mio esperto è più esperto del tuo”.

 

 

 

Io penso che proprio in condizioni come questa  di “crisi della salute” (prego notare: non uso la parola pandemia per rispetto verso chi non crede ad essa), dovremmo accantonare quello che dicono gli altri perché abbiamo occhi per vedere e orecchie per sentire e soprattutto testa per pensare, che significa analizzare la realtà che ci circonda, ossia osservare, dedurre, inferire. Questo che accade nel mondo si impone come esercizio per abituarci a giudizi indipendenti, sia pure errati, a conclusioni frutto di meditazioni, dunque non affrettate. 

 

Gli esperti condizionano con il carisma,  che può non corrispondere a una effettiva competenza, ci influenzano con suggestioni di ogni tipo, con la prepotenza della loro presenza sui media. 

 

 

 

 15.11.20

 

 



 

 

 

 

 

 

 uomo-sospettoso OK-5

Il sospetto 

 

 

Per natura l’essere umano sospetta di chiunque, da sempre. Arriva a sospetti assai gravi che lo macerano: sospetta -inaudito!-  di chi lo ama e c’è chi giunge - pensate un po’-  a pedinare l’amante! Non ci meravigliamo dunque se oggi sospettiamo dell’amico che non abbracciamo più perché in cuor nostro ci chiediamo: ce l’ha o non ce l’ha?

È dunque normale arrivare a sospettare di chi ci governa. L’adagio: piove, governo ladro Ã¨ una sentenza antica e per colui che sospetta finisce per diventare realtà, così i governanti sono responsabili della pioggia. Perché questa è la caratteristica interessante del sospetto, che in breve da ipotesi diventa certezza. Forse la mia donna/il mio uomo mi tradisce, dunque è certo che la mia donna/il mio uomo mi tradisce. Allo stesso modo il sospetto che i politici al potere siano responsabili di ciò che accade, per esempio oggi il COVID, diventa una evidenza ed ecco si grida al tradimento, al complotto, al sopruso e si urla nelle piazze e per le strade che il tiranno, con la scusa di salvaguardare la nostra salute, ci toglie la libertà. Poco importa se ci chiude in casa perché fuori il COVID è come la tigre dai denti a sciabola. Poco importa se libertà significa ben altro, per esempio libertà di pensare o di agire per cose serie. 

A questo punto il sospetto, incupito, ha un altro nome, si definisce paranoia. Come quando siamo convinti che l’uomo con la sigaretta sotto le nostre finestre in realtà è 

un sicario che si prepara a colpirci. Accade di conseguenza che per chi è convinto del complotto gli altri sono ingenui e creduloni, mentre per questi ultimi i primi sono paranoici. 

Il COVID 19 ha generato profonda incomprensione tra le persone. E subito affiora in testa un sospetto: l’incomprensione è proprio una novità?

 

E come reagiscono coloro per i quali il sospetto diventa realtà? Faccio un esempio: Se tu sei convinto che io dica bugie, tu vai nella foresta anche se ti ho avvisato che corri dei rischi. Poi però metti che ti succeda qualcosa, allora ti rivolgi a me dicendo: Porca miseria, avevi ragione! E così incazzato con te stesso vai allo specchio e ti dai dell’imbecille, dimostrando così di essere uomo forte, sano di mente. 

 

 

 07.11.2020

 

 

 

 



 

 

 

Io non mi chiamoIo non mi chiamo mai

 

 

L’altro giorno ho conosciuto uno che a un certo punto mi fa: Come ti chiami?

Sto zitto perplesso perché non capisco. Lui invece sorride e insiste: Sì, come ti chiami.

Beh, faccio io (non comprendevo veramente cosa volesse dire), in genere non mi chiamo, perché dovrei, non credo di essermi mai chiamato, forse per gioco qualche volta.

Non capisco, mi dice. 

E nemmeno io, dico io. 

Che vuoi dire, fa lui. 

No, che vuoi dire tu. Io posso dirti che sono gli altri a chiamarmi. 

E come ti chiamano. 

(Cominciavo a intuire con chi avevo a che fare, ciononostante… ) Ma sai, sul come dipende da chi mi chiama, da dove stiamo. Ieri mattina mia moglie mi ha chiamato con una voce dolcissima e poi mi ha messo sotto il naso il profumo della tazzina. E invece più tardi, sempre a proposito del come, ero per strada in pieno giorno, marciapiede affollato, sento una voce sgraziata che urla il mio nome.

E qual è il tuo nome.

Maurizio. Un vecchio amico che non vedevo da tempo urlava: Maurizio Maurizio!

Ok Maurizio, devo andar via, ci vediamo.

Sì, anch’io. Ci vediamo. Quando e dove non aveva importanza. perché non avevo intenzione di vederlo. Uno che ti chiede come ti chiami… Folle! Quando mai si è visto o sentito che uno chiama se stesso, magari dalla finestra urlando… Ah! E poi pure come mi chiamano gli altri. Come se gli altri ti chiamassero tutti allo stesso modo! No no, non voglio rivederla una persona che ti chiede simili assurdità. Però anche lui è scappato. Mi sa che ha frainteso tutto e sta pensando che sono un rompiscatole. 

 

30.09.2020

 

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