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Qualcosa sulle emozioni

Categoria: Analizzando

 

emozione 2 LE EMOZIONI

 

4 -  Simpatia ed empatia 

 

Un amico chiedeva: che differenza c’è, considerando le emozioni, tra empatia e simpatia? Per l’etimologia la differenza è minima. Simpatia: sin greco, in italiano con, pathos in italiano emozione. Condividere con una persona le sue emozioni. Empatia: en in italiano dentro. Provare la particolare condizione emotiva che sta provando l’altro. Sembra la stessa cosa. I greci erano di poche parole, e pochissime paroline. Ma tutte, parole e paroline, per loro avevano un peso: una enorme differenza tra con e dentro

L’uso trasforma i concetti e per quanto riguarda la simpatia l’emozione c’entra molto poco: per esempio Immaginiamo una persona che abbiamo appena incontrato, ci piace, ha qualcosa che ci è familiare, anche qualcosa che noi vorremmo avere, per esempio parla in modo spigliato, e diverte chi lo ascolta. Concludiamo che ci è simpatica.

Nei dizionari si legge: avere simpatia significa avere attrazione e inclinazione istintiva verso persone o cose, essere orientato affettivamente; la simpatia implica un sentire positivo verso una determinata persona in quanto si avvertono affinità che possono essere di qualsiasi tipo. Provare simpatia per qualcuno accade a tutti; ma è un rapportarsi con l’altro un po’ superficiale perché è la persona globalmente presa che ci attrae. La simpatia parte da noi verso una persona ben precisa; si può provare simpatia per una persona anche se non la conosciamo, come può essere per esempio un personaggio della politica, dell’arte, dello sport che vediamo alla TV, la quale persona nemmeno ci conosce o se ci conosce resta indifferente.

Per quanto riguarda lo studio sulla simpatia gli psicologi non sono interessati tanto alle emozioni quanto piuttosto alle distorsioni nella valutazione che la persona che ci è simpatica produce in noi. Infatti accade che l’attrazione è tale che se la  persona simpatica si è comportata in un modo che in genere non accettiamo, siamo portati a giustificarla, insomma siamo più indulgenti. Lo sanno bene in particolare gli insegnanti, quelli abituati ad autosservarsi. Si riconoscono più accettanti verso gli allievi per i quali nutrono una buona dose di attrazione per i loro modi di fare e agire, per gli occhi birichini, la zazzera… E così gli insegnanti commettono piccole ingiustizie, purtroppo spontaneamente spesso senza avvedersene. Peggio accade quando la persona è antipatica: si tende a rifiutare tutto ciò che fa. 

L’empatia invece riguarda proprio le emozioni, in particolare la capacità di fare propria l’emozione dell’altro e in questo modo mettersi in comunicazione intensa con lui. In questo caso l’Altro non è soltanto una persona particolare, l’Altro in realtà può essere tra tutti coloro con cui veniamo in contatto e che sono in condizioni di emotività, dolorosa o gioiosa. Nell’individuo che ha questa tendenza a mettersi in contatto con l’Altro, si sviluppa con l’andar del tempo la capacità di “mettersi nei panni dell’Altro”, di “ascoltarlo”; e così chi si trova vicino a una persona empatica, scopre di non essere solo … aver compagno al duol, scema la pena, recita l’antico adagio.  Dunque l’Altro avverte i sentimenti della persona empatica, ne ha bisogno, e si predispone anch’egli ad aprirsi, nasce dunque un contesto comunicativo funzionale ad ambedue. La differenza tra simpatia e empatia  si rivela abissale. La simpatia non ha bisogno dell’Altro, laddove invece la empatia nasce da una interazione e le due persone che vengono in contatto si emozionano entrambe.

Le emozioni sono l’oggetto di studio per eccellenza degli psicologi di tutti gli orientamenti teorici, ma mentre la simpatia interessa meno quanto alla possibiità di emozionarsi per una persona che ci è simpatica, l’empatia è stata ed è studiata proprio per le emozioni suscitate dall’interazione tra due persone. Per questo dedicherò l’ultimo incontro su questi argomenti all’empatia perché trovo interessante approfondire questo aspetto della personalità

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3 - Timofobia 

 

Ci sono persone che hanno difficoltà a comunicare a chiunque le proprie emozioni, sono un po’ riservate o inibite di fronte agli estranei, ma sono invece capaci di  esprimerle a chi amano anche con entusiasmo;  e ci sono però persone che hanno proprio difficoltà a esprimerle sempre e a chiunque, persino a se stessi. E dunque non sono in grado di identificare e descrivere lo stato emozionale che provano. E ancora ci sono persone che hanno paura delle emozioni, soprattutto delle proprie. La paura delle emozioni (timofobia) affiora qua e là, tra gente diversa, acculturati e non, giovani e adulti, maschi e femmine, cani e gatti: Liebe, femmina di pastore tedesco, quando le faccio le coccole, si emoziona ed emette suoni e si allontana perché non regge l’emozione e ha paura di mordermi per il troppo amore (lo capisco dai movimenti delle mascelle). Alcuni poi si notano per una rigidità nel fisico e nel movimento, per una mimica limitata, per un sorriso stereotipato. Insomma molti di noi, di fronte a una disgrazia che colpisce qualcuno di famiglia o a un avviso di licenziamento dal lavoro, reagiscono emotivamente in vari modi e misure, e sanno bene ciò che stanno provando. C’è però chi reagisce come nella breve storia riportata sotto, dove si descrive una reazione possibile a un evento che normalmente è vissuto quasi come catastrofico. 

Il capo ha un’espressione dura mentre gli parla. Sta sottolineando quanto sia scarsa la sua produzione, molto al di sotto della media degli altri. Dice senza mezzi termini che è costretto a licenziarlo, ma Giacomo guarda la matita con la quale l’ingegnere sta giocherellando, poi si interessa alla cravatta, la trova buffa, coi toni del verde moccio e quelle sottili righe gialle... Forse dovrebbe stare più attento, dispiacersi, perché sa che cosa significa “licenziamento”. Licenziamento significa non lavorare, quindi non essere in grado di pagare l’affitto, ma come se non gli interessasse. Come se accadesse a un'altra persona. Come se non ci fosse alcun collegamento tra le sue orecchie e il resto della testa. E se un collega gli chiede: Come stai? Non saprebbe cosa dire.

Alcune persone sono come Giacomo. Di loro – come accennato all’inizio di questo scritto – si può dire che sono incapaci di emozionarsi oppure di identificare e di esprimere con le parole le loro emozioni.  

Un termine "alessitimia" (a, mancanza; lexis, parola; thymos, emozione, quindi: incapacità di esprimere con le parole le proprie emozioni) indica questo disturbo studiato da alcuni decenni. Gli studi sulla personalità di tali soggetti sono arrivati a queste conclusioni: gli alessitimici sono capaci di osservare analiticamente la realtà e di riprodurla, descrivendola minuziosamente. Inibiscono la fantasia, sono persone troppo concrete, con un’affettività molto limitata. Percepiscono il proprio corpo come estraneo, anche se poi proprio sul corpo scaricano le loro inibizioni; per questo soffrono di disturbi psicosomatici. Gli alessitimici possono peraltro apparire normali, il loro problema è “soltanto” l’incapacità di emozionarsi, o perlomeno poco sopra lo zero, e la conseguente difficoltà di esprimere ciò che provano. Per alcuni studiosi questo è uno dei mali della nostra epoca. E sarà peggio nei prossimi decenni. Eppure siamo nell'epoca della comunicazione! Ma forse proprio i massmedia potrebbero essere i responsabili se consideriamo l'abitudine che stiamo acquisendo di inibire le emozioni alla vista di reali o fittizie immagini della televisione. Operazione che attuiamo per difenderci, ma che ci può portare all'incapacità di emozionarci e al suo correlato, l’incapacità di dire ciò che stiamo provando. 

Parliamo delle emozioni e dell’urgenza di meditare su di esse. Imparare a riconoscere  i propri stati emotivi è necessario per poter controllare il nostro pensiero, perché i processi emozionali impongono operazioni cognitive e comportamenti. Come pure il nostro modo di pensare determina o modifica le emozioni, in particolare proprio quelle che ci caratterizzano. C’è una relazione tra ciò che pensiamo, ciò che proviamo e ciò che siamo. Pensiero ed  emozione si influenzano  e influenzano il comportamento. 

Essere insofferente per tutto o vivere annoiati; avere paura di ogni cosa, che a volte sfocia nell’angoscia, o sentirsi arrabbiati con se stessi e col mondo; al contrario vivere con gioia, con slancio verso gli altri, avvertire dentro di sé il bisogno di dare comprensione, affetto, amore. E ancora essere colti di sorpresa per eventi inaspettati, provare tristezza o disgusto per certi accadimenti, disprezzare azioni e persone. 

La scuola, a ragione o a torto, persegue alcuni scopi educativi legati soprattutto all’istruzione. I genitori – entrambi – dovrebbero perseguire altri scopi educativi. Educare alle emozioni è forse  obiettivo prioritario. Non sono necessarie grandi conoscenze e abilità particolari; è sufficiente essere consapevoli delle problematiche espresse qui nell’introduzione; è necessaria invece la voglia di trascorrere parte del tempo con i nostri figli. Provate a esercitare i vostri figli a individuare   gli stati emotivi  per definirli e in qualche modo prenderne coscienza. Parlate loro delle emozioni. Fate esempi concreti e allenateli all’autosservazione nel  modo che segue.

Se in famiglia i bambini hanno l’abitudine di vedere la televisione per molto tempo, un suggerimento potrebbe essere di giocare con loro al “gioco delle emozioni” e di osservare le loro reazioni a ciò che vedono. Lo scopo è di imparare a individuare gli stati emotivi per prenderne coscienza e in qualche modo definirli. 

 

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Le mie emozioni

 

Utilizza la scala da 1 a 4, dove 1 significa: provo poche volte questo stato emotivo; 4: provo quasi sempre questo stato emotivo; 2 e 3 sono gradi intermedi.

 

Provo questo stato emotivo al grado…

 

Noia                                                   1 2 3 4  

 

Insofferenza                                      1 2 3 4 

 

Paura                                                1 2 3 4  

 

Rabbia                                              1 2 3 4 

 

Dispiacere                                         1 2 3 4 

 

Gioia                                                  1 2 3 4 

 

Bisogno di avere affetto                    1 2 3 4 

 

Voglia di dare affetto                          1 2 3 4 

 

Bisogno di protezione                        1 2 3 4 

 

Disponibilità verso gli altri                  1 2 3 4 

 

 

 

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E PERCHE’ non meditare anche su noi adulti?

 

Prova ad appendere a casa o in ufficio  un cartello con una scritta in grande come questa:

 

MI DISTURBANO GLI ALTRI QUANDO….

 

E fai seguire un elenco, compilato dopo lunga meditazione, di comportamenti degli altri che ti disturbano (per esempio: chi siede di fronte a me e ha gli occhiali scuri che nascondono lo sguardo; quando sottovalutano la mia capacità di osservazione …..)  

 

Oppure

 

MI ARRABBIO QUANDO GLI ALTRI …

 

con un seguito di comportamenti degli altri che vi predispongono alla rabbia.

 

Altro ancora: 

 

QUANDO CHI MI E’ DI FRONTE SI IRRITA IO MI SENTO….

 

e segue  l’elenco dei sentimenti che gli altri vi suscitano.

 

 

 

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2 - Il trionfo delle emozioni 

 

“Le emozioni devono essere controllate dalla ragione”: frase che non considera che l'emozione è il motore e la ragione è l'autista, che l'emozione non può essere repressa, bensì educata, come la ragione. 

Mi viene in mente un fatto di sei anni fa che trovai allora, e lo trovo ancora, notevole. Non sono un giornalista e dunque non intervengo su ciò che accade,  e quando ci sono eventi che toccano la mia visione del mondo, penso  che debbano essere “decantati” e solo se reggono al tempo come accadimenti emblematici,  all’occasione “esco” con le mie riflessioni.

Papa Francesco in aereo sei anni fa disse che avrebbe dato un pugno a chi avesse offeso la madre. 

 

 

 - Roma, 15.01.2015. Il papa dice: "… ma se il mio amico dice una parolaccia sulla mia mamma, si aspetti un pugno. Ma è normale". (Agenzia Vista) -

 

Papa Francesco, in aereo, fu ripreso dalla televisione e il mio ricordo è preciso. Frase decisamente autentica, il gesto accompagnava la parola. Qui, a distanza di tempo,  riprendo il fatto.  

Secondo Il comando delle “due guance”: Se ti danno uno schiaffo, offri l’altra guancia, il papa avrebbe dovuto offrire anche il padre all’aggressore verbale. Francesco disse invece che avrebbe dato un pugno. Quindi le “due guance”, nel senso tramandato, vengono accantonate: parole e gesto sovvertono quel principio perché danno importanza all’emozione. La frase del “pugno” e il gesto che l’accompagna hanno un significato rivoluzionario, eppure all'evento fu dato poco peso.  Frase e gesto avrebbero dovuto lasciare un segno  nella testa di chi medita. 

Dunque mi interessa recuperare il dato, che all’apparenza sembra banale: Bergoglio crede nella forza delle emozioni. Finalmente qualcuno che rappresenta un potere e che pone in primo piano le emozioni, qualcuno che ha la possibilità di parlare e di farsi ascoltare, e quindi di rendere ufficiali e di spessore pensieri e parole. Papa Francesco sente il bisogno di contraddire chi, quando parla di un crimine violento, taglia corto sulle emozioni. Viene in mente il confronto con ciò che impone la giurisprudenza, che tende a ignorare le emozioni. Infatti pretende che la legittima difesa sia proporzionata all’offesa, come a dire che se uno viene colpito con una bastonata debba avvisare l’aggressore con frasi tipo: scusa aspetta un attimo che io mi procuri un bastone simile al tuo. Perché guai se si accorge di avere a portata di mano un ferro appuntito e preso dal terrore di ricevere un’altra bastonata questa volta sul capo, che sarebbe la fine per lui, gli infila il ferro nel petto uccidendolo!

Per comprendere a fondo conviene tenere in mente che la personalità è un insieme costituito da affettività -relazioni ed emozioni-, cognitività -ricordo e soluzioni di problemi-, psicomotricità -abilità percettive e motorie-, metacognizione - consapevolezza dei propri processi affetti, cognitivi, motori-.

L’individuo si manifesta con comportamenti che risultano dall’interazione di questi quattro campi della personalità. Si possono reperire esempi significativi. In amore, quando si mobilitano le energie affettive, esse pure sono guidate da memorie e confronti di sogni o di realtà, sostenute da percezioni e sensazioni, espresse con parole e con gesti che le trasmettono. L’artista, che quando crea opera agli alti livelli della cognitività, è spinto da forte motivazione, sorretto dalla tensione del corpo. L’atleta, nel quale predomina l’attività motoria, è stimolato dal desiderio di toccare un nuovo record, oppure quando gareggia valuta e rapporta le forze dell’avversario alle proprie. Pure se manifestamente contraddistinti da uno di questi campi di personalità, i comportamenti dell’individuo esprimono una sintesi soprattutto quando tale sintesi è operata dalla consapevolezza e guidata dalla capacità  di controllo, cioè il campo della metacognizione.

Negli ultimi decenni alcuni studiosi si sono convinti che il punto di vista più corretto nello studio della personalità è quello che considera l’affettività, quindi la sfera emozionale, come ciò che determina di fatto le attività dell’individuo. Si indaga sulla intelligenza emotiva, si  sottolinea che il comunicare fatti e dati è intriso di emotività, e che le informazioni arrivano a destinazione se chi comunica gestisce con sapienza i suoi contenuti caricandoli di affettività positiva. Se non ci fosse l'emotività insomma saremmo inerti con tutta la nostra intelligenza. 

E dunque forse, più ancora della cura della conoscenza di fatti e problemi per educare gli aspetti cognitivi, bisognerebbe partire dall’età giovanissima con l’educare gli aspetti emozionali e affettivi in modo che da adulti tutti, compresi i “giurisprudenti” siano tutti più prudenti nel discutere  sui delitti  e proporre pene.

Le emozioni non possono essere represse, bensì educate, come d’altronde anche la ragione, che deve essere curata con l’empatia e la flessibilità.

 

 

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1 - Qualcosa sulle emozioni per cominciare

Tra gli studi alla ricerca psicofisiologica sulle emozioni, c’è quello  della relazione emozioni - organismo. Frasi come: “Me la faccio sotto dalla paura” non sono metafore.  â€œMi si rivolta lo stomaco per lo schifo”, “Mi sale il sangue alla testa per la rabbia” e altre sono frasi reali: reazioni manifeste a determinate emozioni. Interessante la differenza tra le reazioni interne quando si è felici e quelle quando si è depressi. Nel primo caso tutto il corpo è attivato, la testa e il petto si accendono; nel secondo caso tutto il corpo si raggela, il petto è inerte. Lo hanno dimostrato quei ricercatori che hanno indagato le reazioni psicofisiologiche negli individui per tredici emozioni: amore, ansia, depressione, disgusto, disprezzo, felicità, invidia, orgoglio, paura, rabbia, sorpresa, tristezza, vergogna. Secondo alcuni scienziati queste emozioni non sarebbero di tutti i mammiferi, solo degli umani. Altri non sono d’accordo, io nemmeno. Vedo bene quanto mi “invidia” Laus, il pastore tedesco, che data l’altezza spia sempre nel mio piatto, e io - siccome l’invidia non mi è mai piaciuta - finisco sempre per dividere con lui la mia bistecca. Rabbia – paura – tristezza – gioia: queste quattro emozioni le prova anche Laus. La rabbia porta sia lui che il sottoscritto ad essere aggressivi, la paura a scappar via, la tristezza a starsene accucciati e isolati, la gioia a fare salti più o meno mortali. Risulta, proprio considerando come si manifestano, che queste quattro emozioni sono in realtà due coppie di opposti: attacco e fuga; ripiegamento su se stessi e apertura verso gli altri. A queste si possono aggiungere altre più raffinate emozioni: Attesa – Sorpresa –Accettazione – Disgusto. Anche queste sono due coppie che hanno al loro interno una forte relazione. Siamo in attesa e accade qualcosa che ci sorprende: la sorpresa è data proprio da ciò che non si attende. Il disgusto è dato dal fatto che ciò che a tutta prima ci attrae, invece ci ripugna.                                                                       

Essere insofferenti per tutto o vivere annoiati; avere paura di ogni cosa, che a volte sfocia nell’angoscia; sentirsi arrabbiati con se stessi e col mondo; al contrario vivere con apertura verso gli altri, avvertire dentro di sé il bisogno di dare comprensione, affetto, amore. Essere colti di sorpresa per eventi inaspettati, provare tristezza o disgusto per certi accadimenti, disprezzare azioni e persone. Insomma mi sembra proprio necessario imparare a riconoscere e a identificare i propri stati emotivi, si controllerebbe meglio il proprio pensiero, perché i processi emozionali impongono operazioni cognitive e comportamenti, come pure il nostro modo di pensare determina o modifica le emozioni. C’è una relazione tra ciò che pensiamo, ciò che proviamo e ciò che siamo. Pensieri ed emozioni si influenzano reciprocamente e influenzano il comportamento.   La scuola persegue scopi educativi legati soprattutto all’istruzione e al campo cognitivo; restano I genitori - entrambi - per educare le emozioni.  Questa è un’occasione per i genitori che dovrebbero prepararsi per … fare i genitori. Non si tratta di studiare, significa in qualche modo e misura acquisire quelle competenze necessarie per perseguire gli scopi legati all’affettività e alle emozioni e per questo non sono necessarie grandi conoscenze e abilità particolari. È sufficiente che i genitori siano consapevoli delle problematiche “generali sulle emozioni”, ed è necessario - proprio necessario - avere l’esigenza di trascorrere parte del tempo con i propri figli. 

 

 

 

 

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