Gli assilli di Saggina

bambina magra Gli assilli di SAGGINA

 

Saggina è una bambina molto saggia, che per questo ha il soprannome di Saggina. Ha dieci anni, alta e magra come  le graminacee, spesso dice cose assennate. Il padre, un botanico, la chiama così perché veramente la sua bambina ha il cervello pieno di pensieri come le graminacee, il cui fusto sottile è pieno di midollo. 

Dunque non ha niente a che vedere con le scope.

E l’altro giorno Saggina ha chiesto al padre:

Papà, perché molte persone, quando si salutano, dicono “Ci vediamo”, pur sapendo che non si incontreranno mai più?

 

Hai ragione, le  ha risposto il padre. Qualche giorno fa, in uno dei miei  brevi viaggi, ero in una città affatto sconosciuta e in un momento di ozio. Mi divertiva la consapevolezza che tutto quello che avrei visto sarebbe stato davanti ai miei occhi una volta sola: tutto sarebbe esistito solo nella frazione di secondo in cui rubava la mia attenzione. Non c’era alcuna probabilità che avrei rivisto quella strada, quel palazzo, quell'edicola. Provavo la sensazione stordente del fugace, del contingente, dell’effimero: lasciarsi rapire da una prospettiva, da uno scorcio, da un campanile, da una vetrina; dai volti, dalle sillabe afferrate al volo e che hanno accenti, inflessioni del tutto nuove. Quella città l’avrei dimenticata, non sarebbe più esistita. 

Attraversai la strada tagliando il traffico e qualcosa guastò la mia euforia. Era qualcosa di familiare che mi veniva incontro da luoghi remoti della memoria: un tutt’uno di occhi sopracciglia naso e fronte. Man mano che il volto si avvicinava, si condensava su quegli occhi un aggrottare di sopracciglia: era evi­dente che gli facevo lo stesso effetto perché quegli occhi mi fissavano.

“Rubini!” esclamai nello stesso istante in cui lui pronunciava il mio nome ed eravamo l’uno di fronte all’altro. Tutti i miei pensieri svanirono di colpo, proprio come gli oggetti che avevo percepito fino a quel momento: curioso destino che coinvolgeva gli eventi e le meditazioni su quegli stessi eventi. 

“Come mai qui?”  

“Come mai tu? Questa è la mia città!”.

Rubini era un compagno di liceo vivo nella memoria insieme agli altri della classe. Non ci vedevamo da più di trent’ anni.

“Ti ho riconosciuto subito!”

“Anch' io! A parte i colori non sei cambiato”

“Cosa fai, come stai?”

“Vivo qui da un pezzo, venticinque anni, credo. Ho uno studio legale proprio qui dietro. E tu …..…” 

Il dialogo terminò più o meno di colpo. Con una caduta repentina della tensione che ci aveva portato inizialmente addirittura all'abbraccio. Ci scambiammo poche informazioni sulle nostre vite e su quelle degli altri compagni dei quali tutti e due sapevamo pochissimo, quasi niente. Quando gli proposi di prendere un aperitivo­, e lui rispose che non poteva trattenersi neppure un secondo per un affare urgente, ebbi la certezza che sarebbe svanito come era apparso. Rappresentavamo una fase della nostra vita, qual è l’adolescenza ricca di scoperte. Per questo l’abbraccio iniziale. Poi una nuova qualità del ricordo, dovuta al fatto che anche nella stessa classe eravamo distanti. Così lui disse la frase che non doveva dire. Quando gli tesi la mano (tutti e due evitammo con “naturalezza" l'abbraccio), disse:  â€œCi vediamo”.

Questa frase occupò tutto il resto della mia passeggiata.

Il problema era: come si può dire una frase così in un’occasione del genere. Rubini sapeva che quasi sicuramente non ci saremmo incontrati più. Era un suo modo di dire? No, questa spiegazio­ne non mi soddisfaceva. Decisi di  cercare l’origine di questa modalità di saluto.

Ipotizzai che all’origine avesse il significato di un augurio. Due amici o compagni di un tempo che si augurano di incontrarsi di nuovo. Avevo l’impressione invece che la frase di Rubini contenesse un significato opposto.

Quel semplice “ci vediamo”, poteva essere cortesia? Cortesia autentica sarebbe stata una frase come: “Mi ha fatto piacere vederti. So che è improbabile un altro nostro incontro perciò ti auguro buona fortuna”. Questa può essere considerata una frase cortese convincente. Gli avrei augurato anch’io buona fortuna. 

No, conclusi, era un intercalare, buffo. L’intercalare è tipico dell'impaccio. Rubini impacciato! Lui che nel mio ricordo apparteneva alla categoria dei compagni che si davano da fare e ne avevano le possibilità.

La domanda adesso era: perché ad alcune persone sembra difficile affrontare e risolvere un problema in fondo così semplice, quello di accomiatarsi definitivamente da una persona? È veramente così arduo dire una frase come quella che augura buona fortuna? È il definitivo che fa paura? Se è così, si comprende: dal definitivo si fugge, ma ciò significa incapacità di affrontare problemi relazionali di primo livello. 

Tutte ipotesi, da verificare naturalmente. Quanto a Rubini, lui probabilmente si era espresso con una frase all’apparenza paradossale, ma di fatto in due secondi mi aveva detto, magari senza una piena consapevolezza: “Non ti dico addio e buona fortuna perché non ne sono capace, e poi non mi importa gran che, perciò ti mando a quel paese facendoti credere che mi piacerebbe vederti”. 

Cara Saggina mia, in molte persone c’è in fondo la solita stupida sottovalutazione dell'altro, che come un boomerang torna al mittente e lo  rende ridicolo.

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