Introduzione: Saperascoltaresaperparlare

                                                                                                mani per sito                                         

                                                                                                           

 â€śAscolta, figliolo”: molti hanno cominciato così la loro storia di “ascoltatori”. Forse per questo sono pessimi ascoltatori. Per forza! Hanno finito per ribellarsi al comando.

“Parla, figliolo”: altri invece hanno iniziato in questo modo la loro storia di “parlatori”. Forse per questo sono pessimi parlatori. Hanno finito per ribellarsi al comando! E intanto non hanno appreso nemmeno ad ascoltare.

Risultano così due grandi categorie di “comunicatori”: quelli che non sanno ascoltare (perché si sono ribellati) e non sanno parlare (perché non hanno mai parlato) e coloro che (per gli stessi motivi) non sanno parlare e non sanno ascoltare.

Perché ascoltare significa anche saper parlare, come parlare significa anche saper ascoltare.

Se non siamo in grado di ascoltare, le parole che gli Altri dicono non hanno senso per noi. Se non siamo in grado di parlare, le parole che gli Altri ascoltano da noi non hanno senso per loro.

Ascoltare non è presenza muta, non è passività, è attenzione. Per questo il primo correlato dell’ascolto è il silenzio: chi ascolta si preoccupa più del parlante che non ci siano disturbi alla comunicazione e non è in attesa di dire la sua, non si prepara per contestare o ribattere, togliere o aggiungere, anche questo sarebbe disturbo alla comunicazione; cerca piuttosto di entrare nella testa dell’altro, e per accogliere i suoi contenuti, ideativi ed emotivi, si decentra, esce fuori da sé.

Certamente, deve poter a sua volta parlare. Lo scambio del ruolo è condizione necessaria all’ascolto: il dialogo, non il monologo, è la situazione comunicativa ideale, ossia una condizione di parità, altrimenti l’ascolto diventa passivo.

Parlare non è flusso continuo di parole, non è aggressività, è controllo. Per questo al parlare si accompagna il rispetto verso chi ascolta: chi parla si preoccupa più di chi ascolta che di se stesso, non si compiace, non abusa della sua pazienza, e, soprattutto, non è così coinvolto emotivamente per ciò che dice da perdere di vista la situazione. Ha presente le condizioni dell’altro: la sua capacità di ascolto - la disponibilità, l'attenzione -, la sua capacità di comprendere il linguaggio in cui egli si esprime, i contenuti che esprime, e, maggiormente, la possibilità che gli schemi di riferimento di chi ascolta possano essere differenti dai suoi.

Si prepara a sua volta ad ascoltare. Lo scambio del ruolo è condizione necessaria per comunicare: il dialogo, non il monologo, è la situazione comunicativa ideale, ossia una condizione di parità, altrimenti il parlare diventa aggressività.

Comunicare vuol dire essere vicino all'altro quel tanto che basta per capire vera­mente il suo problema e aiutarlo a risolverlo, senza perdere di vista però le proprie esigenze, mediando tra la possibilità di aiutare che significa ascoltare e la necessità di soddisfare i propri bisogni che significa parlare.

Comunicare significa comprendere i bisogni degli altri, mettersi dalla loro parte, nella loro testa, capire fino a che punto sia irrinunciabile il loro bisogno; rispettare i bisogni degli altri quando valutiamo che l’esigenza dell’altro è primaria e la nostra è secondaria. Implica la rinuncia del singolo al concetto di libertĂ  incondizionata; vuol dire rispetto, accettazione dell’altro come diverso, proprio perchĂ© diverso. In una parola essere empatici.

Comunicare significa essere in grado di valutare la situazione; nello stesso tempo essere presenti a se stessi, ossia conoscere i propri diritti. Significa rispettare i propri bisogni, quando valutiamo che la nostra esigenza è primaria e quella dell’altro secondaria. In una parola essere assertivi.

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