Le emozioni

Alessitimia 

Il direttore rammaricato gli sta dicendo che non può fare diversamente, che non gli ha dato la possibilitĂ  di contestare il giudizio dei suoi superiori. La veritĂ  è che non produce, che sta molto al di sotto della media degli altri. Il direttore continua a parlare, ma lui guarda la matita con la quale il direttore sta giocherellando dall’inizio. Forse dovrebbe stare piĂą attento, dispiacersi, perchĂ© sa cosa significa la parola “ licenziamento”. Invece si distrae. Ora è la cravatta, che trova buffa, coi toni del verde moccio e quelle sottili righe gialle che peggiorano il tutto. Licenziamento significa non lavorare, quindi non essere in grado di pagare per esempio l’affitto. Significa che deve mettersi a cercare un altro lavoro. Non sa se prova dispiacere. Come se accadesse a un'altra persona. Oppure. Come se capisse la gravitĂ  e gli dispiacesse ma solo nella testa, e non ci fosse nessun collegamento tra la testa e il resto del corpo. E non saprebbe cosa dire nĂ© a se stesso nĂ© ad altri una volta uscito dalla stanza del capo.


Ci sono persone che hanno difficoltĂ  a comunicare le proprie emozioni ma non a esprimerle a una persona cara, magari in un momento particolare; e persone che invece hanno difficoltĂ  a identificarle e ad esprimerle con le parole in qualunque momento, a chiunque, persino a se stessi. Un termine "alessitimia" (a=mancanza, lexis=parola,Thymos=emozione) indica questo disturbo studiato da alcuni decenni.
Le persone che soffrono di questo disturbo possono peraltro apparire normali; anzi gli psicologi ipotizzano che sia o che sarà (ci stiamo avviando) uno dei mali della nostra epoca, proprio questa che è l'epoca della comunicazione. Si pensi all'abitudine che stiamo acquisendo di inibire le emozioni alla vista di reali o fittizie immagini della televisione. Alcuni bambini hanno difficoltà a distinguere scene di guerra dei telegiornali da sequenze di azioni violente di fiction.
E' una operazione che attuiamo per difenderci, ma che ci può portare all'incapacità di emozionarci e/o di esprimere le nostre emozioni.
Gli alessitimici inibiscono la fantasia e sono invece capaci di osservare analiticamente la realtà e di riprodurla, descrivendola in qualche modo. Sono persone concrete, troppo concrete, ma un “tantino” scarse nell'affettività.
Percepiscono il proprio corpo come estraneo, anche se - paradossalmente - scaricano sul corpo le loro inibizioni e soffrono di disturbi psicomotori.

Provate a esercitare i vostri figli a individuare gli stati emotivi per definirli e in qualche modo prenderne coscienza.
Essere insofferente di tutto e per tutto o vivere annoiati; avere paura di ogni cosa, che a volte sfocia nell’angoscia, o sentirsi arrabbiati con se stessi e col mondo; al contrario vivere con gioia, con slancio verso gli altri, avvertire dentro di sé il bisogno di dare comprensione, affetto, amore. E ancora essere colti di sorpresa per eventi inaspettati, provare tristezza o disgusto per certi accadimenti, disprezzare azioni e persone.
Parliamo delle emozioni e dell’urgenza di meditare su di esse. Imparare a riconoscere i propri stati emotivi è necessario per poter controllare il nostro pensiero, perché i processi emozionali impongono operazioni cognitive e comportamenti. Come pure il nostro modo di pensare determina o modifica le emozioni, quelle costanti che ci caratterizzano. C’è una relazione tra ciò che pensiamo, ciò che proviamo e ciò che siamo. Pensiero ed emozione si influenzano reciprocamente e influenzano il comportamento.
La scuola, a ragione o a torto, persegue alcuni scopi educativi legati soprattutto all’istruzione. I genitori – entrambi – dovrebbero acquisire quelle competenze necessarie per perseguire altri scopi educativi.
Ecco, questa è un’occasione. Educare alle emozioni è forse obiettivo prioritario. Non sono necessarie grandi conoscenze e abilità particolari, tanto meno essere psicologi. E’ sufficiente essere consapevoli delle problematiche espresse per esempio in questo scritto, ed è necessaria – questa sì, proprio necessaria – avere l’esigenza di trascorrere parte del tempo con i nostri figli.
Parlate loro delle emozioni. Fate esempi concreti e allenateli all’autosservazione per esempio anche nel modo che segue.

Le mie emozioni

Utilizza la scala da 1 a 4, dove 1 significa: provo poche volte questo stato emotivo; 4: provo quasi sempre questo stato emotivo; 2 e 3 sono gradi intermedi.

Provo questo stato emotivo al grado…

Noia                                        1 2 3 4
Insofferenza                             1 2 3 4
Paura                                      1 2 3 4
Rabbia                                    1 2 3 4
Dispiacere                               1 2 3 4
Gioia                                       1 2 3 4
Bisogno di avere affetto             1 2 3 4
Voglia di dare affetto                 1 2 3 4
Bisogno di protezione               1 2 3 4
DisponibilitĂ  verso gli altri          1 2 3 4


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E PERCHE’ non meditare anche su noi adulti?

Io ho provato. Nel mio studio avevo affisso  e incorniciato un cartello.

Era scritto in grande:

MI DISTURBANO GLI ALTRI QUANDO...

Seguiva un elenco - compilato dopo attenta e lunga meditazione  ( considerando anche la mia professione ) -  di comportamenti che appunto mi disturbano ( per esempio: quando sottovalutano la mia capacitĂ  di osservazione )  e altri...

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Voi potreste scrivere  per esempio - dopo aver meditato su voi stessi e sulle vostre reazioni -:

MI ARRABBIO QUANDO GLI ALTRI...
con un seguito di comportamenti degli altri che vi predispongono alla rabbia.

Oppure:

QUANDO CHI MI E’ DI FRONTE SI IRRITA IO MI SENTO...
e segue  l’elenco dei sentimenti che gli altri vi suscitano.

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