La fiducia in sé

La fiducia in noi stessi, il senso di autoefficacia, riguarda le convinzioni che ci siamo formati sulle nostre capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati, di svolgere un compito, di realizzare un’azione, di instaurare un rapporto.

Queste convinzioni influenzano il nostro modo di pensare e di sentire. Ma da dove nasce la fiducia in se stessi?
Secondo alcuni studiosi le origini del senso di autoefficacia sono da ricercare:
1- nei successi o insuccessi nel gestire le situazioni: essi determinano la fiducia o la sfiducia nelle nostre capacità. Se i successi sono facili e ci si abitua a risultati positivi, finisce che non siamo in grado di affrontare un eventuale insuccesso, e saremo pronti a scoraggiarci facilmente. Le esperienze di successo che hanno richiesto invece uno sforzo continuo, una dura fatica, ci permettono la costruzione di un valido senso di autoefficacia;
2- nei successi degli Altri. Quando gli Altri rappresentano dei modelli per noi (per esempio un genitore, un fratello maggiore), le loro esperienze si ripercuotono su di noi e i loro successi o insuccessi rafforzano o indeboliscono la fiducia che abbiamo in noi stessi;
3- in ciò che gli altri dimostrano di aspettarsi da noi. Chi è abile nel potenziare l’autoefficacia negli altri non comunica soltanto valutazioni positive ma predispone anche le condizioni per il successo. (Il discorso sugli effetti dell’ aspettativa già approfondito qui negli articoli sull’Effetto Pigmalione);
4- negli stati emotivi e fisiologici. I dolori, la stanchezza, lo stress che ci affliggono chiaramente incidono sulla autofiducia.
Noi elaboriamo tutte queste informazioni che riceviamo dalle nostre esperienze, dirette e indirette, e in questo modo ci formiamo le aspettative che abbiamo di noi stessi, e ci immaginiamo vincenti o perdenti. E ci sono delle conseguenze: la motivazione a fare e a realizzare, la voglia di rischiare si rafforzano o si indeboliscono. E l’ansia e la depressione sono in agguato.

Quali sono i comportamenti che ci rivelano senza ombra di dubbio gli atteggiamenti che l’individuo ha verso se stesso, che ci dimostrano insomma che egli ha fiducia nelle sue capacità?
Innanzitutto se sa difendersi dalle pressioni e ingerenze altrui; se prende l’iniziativa quando svolge un compito; se è pronto a rischiare; se è autonomo nei giudizi; se sa ridere di sé.

difendersi dalle pressioni e ingerenze altrui
e comunicare con convinzione le proprie idee e i propri bisogni

Imitare gli altri è un’esigenza dell’individuo. Abbiamo bisogno di modelli per imparare e per crescere. Si imita chi si stima e si ammira, le persone a cui si è legati da affetto, come se volessimo conservare dentro di noi qualcosa di loro.
Un gruppo ideale è un gruppo coeso e la coesione è determinata dalla conoscenza e accettazione reciproca, dall’accettazione degli scopi dello stare insieme, dall’accettazione della cultura del gruppo, dalla tolleranza verso le innovazioni, dal desiderio di imitarsi. La consapevolezza di tutto ciò è consapevolezza di gruppo; è sorto il bisogno di stare insieme, di uniformare atteggiamenti e comportamenti. L’individuo sostituisce l’io al noi. Ma c’è un pericolo! L’imitazione può mascherare il conformismo.
Il conformismo è l’adesione dell’individuo ai valori e alle norme del gruppo per cedimento alle pressioni che il gruppo opera su di lui. Per resistere ci vuole una forza non comune. Questa capacità sopra ogni altra ci dice quanta fiducia l’individuo pone in se stesso. Anche perché le conseguenze sono dure: si rischiano l’allontanamento e l’esclusione. In genere chi è in grado di resistere alle pressioni sostiene anche con convinzione le proprie idee e i propri bisogni, ed è proprio perché si è convinti che si è in grado di resistere.
Chi ha responsabilità di guida di un gruppo, se vuole originalità, creatività, iniziativa, deve sottolineare le differenze tra l’imitazione, che è coesione, e il conformismo, che serra l’individuo; deve svegliare tale consapevolezza e stimolare a comunicare e a sostenere le proprie idee.

l’iniziativa, essere pronti a rischiare, l’autonomia nei giudizi

Una persona capace di prendere l’iniziativa è una persona che rischia, e se rischia è autonomo nei giudizi. Sono tutti comportamenti legati tra loro; correlati tra loro e con il senso di autoefficacia, e sono comportamenti che si manifestano in particolare nelle personalità creative. Non potrebbe essere diversamente: per definizione il creativo è sicuro di sé; può anche apparire timido in società o nella sfera affettiva, oppure nei campi produttivi che non gli interessano, persino essere schivo nel suo stesso campo se è insieme agli altri, ma quando è solo va avanti per conto suo, è pronto a rischiare, prende l’iniziativa, è autonomo.
Ma quando si parla di rischio, di che rischio si tratta?
Paura della gaffe, temere di esporsi e di manifestarsi, di essere giudicati. Il rischio di apparire ridicoli ci frena. Ma il rischio d’altra parte si affronta conoscendo le conseguenze delle proprie azioni.
Chi ha tra i suoi scopi quello di stimolare negli individui la fiducia in se stessi mira consapevolmente e inconsapevolmente ad allenarli con il lavoro, con il gioco, con qualunque attività ad assumersi la responsabilità dell’iniziativa e nello stesso tempo ragiona con loro, senza creare ansie e preoccupazioni, sul rischio e sulle conseguenze dell’errore. Se per questo leader è più importante puntare all’autofiducia, minimizzerà l’errore; se invece per lui è più importante evitare l’errore, avrà la tendenza a formare individui pavidi.

saper ridere di sé

La capacità di ridere di sé, di ironizzare su stessi, di prendersi in giro di fronte agli altri non è cadere volutamente nel ridicolo, che potrebbe essere autolesionismo, ma è accettare se stessi a tal punto da scherzare sui propri limiti, su aspetti del proprio carattere, addirittura del proprio fisico.
Il conduttore del gruppo qui deve iniziare dando l’esempio, ironizzando lui per primo su se stesso, giocare coi propri limiti, rivelare scherzando i propri difetti.

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