la pagina bianca

 

macchina-da-scrivere  3 - La pagina bianca

 

La pagina bianca ci blocca  â€œperché è lì a giudicare qualunque idea”  ci venga in mente. E noi scriviamo due parole e accartocciamo il foglio, via! 

 

Dobbiamo pensare il contrario. La pagina non ci giudica, anzi ci invita a non avere paura, tanto possiamo riscrivere, non ci impegniamo con nessuno, non fa nulla se sbagliamo, se dobbiamo riscrivere venti volte. Chi ci insegue? 

 

Ecco una differenza tra il grande cinema e il cinema povero. Quanta ansia per il soggettista del grande cinema cui un produttore ha dato il compito di scrivere una storia su una certa idea o (peggio!) per una star. Lo paga bene, ma gli ha dato pure delle scadenze. Invece chi scrive per se stesso, per una sua idea, senza essere pagato... (ahimè!) e senza scadenze, non deve preoccuparsi di nulla. 

 

Ho conosciuto tanti giovani filmmaker con l’angoscia della pagina bianca. Beh è chiaro! Intanto dobbiamo metterci al computer solo dopo aver elaborato in qualche modo le idee. Quando comincio a scrivere un soggetto, io ho già in testa la storia. E di fronte alla pagina nuda, “rompo il bianco” (simile a “rompere il ghiaccio”) scrivendo, senza preoccuparmi di come sto scrivendo né di cosa. Se non mi piace ricomincio. 

 Qualcuno a questo punto potrebbe dire: ma se bisogna scrivere quando la storia è già in testa che bisogno c’è di scrivere? Chi fa una domanda del genere è persona che non ha mai scritto una storia in vita sua. Perché scrivere una storia è la migliore occasione per precisarla, svilupparla, aggiustarla, migliorarla... cambiarla. Se volete sperimentare, fate questa prova (ottimo allenamento per la fantasia): Mettetevi al computer SENZA IL TIMORE DELLA PAGINA BIANCA. Cominciate a scrivere cose strampalate e andate avanti. Se va male - e le prime volte andrà male - non salvate il file; se va bene scoprirete il piacere nella testa. Il piacere di andare a ruota libera e di far vivere la pagina con personaggi e vicende “nati dalla nostra testa senza pensarci due volte”. Divertitevi con le associazioni assurde, paradossali. Forse è più facile se scegliete a caso due parole. Per esempio: luce – vestito e provate a costruire una breve storia che abbia queste parole in qualche modo associate. Esercizi del genere si utilizzano nel training di creatività verbale. 

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2 - Svegliare le idee

La formazione del regista deve partire dallo stimolare e sviluppare la capacità di pensare e scrivere soggetti. Molti giovani pensano che per diventare registi di cortometraggi ossia filmmaker (o videomaker) basta imparare ad usare la videocamera. E così accade che molti giovani Imparano ad usarla, anche ad usarla bene, fanno un film, ma... con quali risultati?

Gli aspiranti registi dovrebbero soffermarsi su tutte quelle opere che raccontano qualcosa, qualunque sia il linguaggio utilizzato, quindi opere di scrittori, poeti, registi, fotografi, pittori, scultori e architetti, tutti insomma quegli artisti che “hanno cose da dire e le hanno dette”. Gli aspiranti registi dovrebbero imparare a risalire dalle storie alle idee che ne sono alla base, discutere sulle idee, poi discutere sulle storie. Formarsi una cultura delle idee e delle storie che possono esprimerle.

È necessario impadronirsi delle idee: ciò significa analizzarle. Se questa fase di autoformazione è carente, il rischio è grave. A parte che il pubblico avrebbe registi che vanno elemosinando idee e storie altrui, c’è un rischio più grave per il giovane regista. Se non è abituato a risalire dalla storia all’idea, se è abituato invece a soffermarsi alle vicende, alla trama, può non comprendere e travisare la storia che ha preso in prestito. Succede.  Ãˆ accaduto, ne sono testimone.  Un regista non ha colto ciò che veramente voleva dire l’autore della storia che aveva preso in prestito. L’autore della storia era (ed è) conosciuto e stimato proprio per essere un indagatore dell’animo umano. Una buona cultura di base avrebbe messo in guardia il regista che si apprestava a realizzare un film da quel romanzo e gli avrebbe evitato di ridurre una storia di profonda introspezione psicologica a una vicenda senza spessore. 

 

 

 

 



 

 

        per Il cinema povero su F/B   - POST  n 1 collegato al sito  31.10.19

 

 

 

1 – Il necessario nel cinema povero 

 

        â€œIl regista” per cominciare, ma il discorso non finisce qui

 

 

 

Un regista si definisce così perché ha firmato tanti film? O perché ha diretto un film che è un’opera d’arte eccelsa? O meglio perché è autore o coautore di ogni fase di realizzazione del film? 

 

Il criterio della quantità è sicuramente da eliminare per chi ha realizzato tanti film tutti di pessima qualità; a meno che non si voglia intendere con la parola “regista” un ruolo professionale e si parla di qualcuno che ha lavorato e lavora facendo film, anche brutti.

 

Il criterio della qualità potrebbe essere valido per definire un regista. Attenzione però: varrebbe anche per ogni forma d’arte e per ogni linguaggio espressivo. Può essere sufficiente una sola poesia, un racconto, un quadro, una composizione musicale, perché l’autore di questi prodotti possa essere definito poeta, narratore, pittore, musicista. Ma il vecchio adagio: “una rondine non fa primavera”, banale, certamente, suggerisce prudenza. Secondo me resta un buon criterio, ma da assumere con molta cautela.

 

Consideriamo allora la formazione. Accade che il tentativo di definire un regista naufraga in acque d’ogni tipo. Da quali studi o da quali esperienze proviene un regista? Basta un rapido sguardo e qualche notizia sul panorama dei registi nel mondo (e nella storia del cinema) e si ricava qualche esempio. Si viene a conoscenza che tra i primi registi c’era un mago (Méliès ) – e ciò la dice lunga e bella sul cinema-magia – ; alcuni hanno iniziato come fotografi (i fratelli Lumière, creatori del cinema, Bresson, che era anche pittore), vignettisti (come Fellini ); altri come scenografi (Autant-Lara, Eisenstein), montatori (De Palma). La gran parte proviene dalla recitazione (sempre come esempi: Welles, Chaplin, Lubitsch, De Sica, Eastwood, Clooney) o dalla sceneggiatura (Dovzhenko, Hitchcock, Rossellini, Dreyer, Mayer); altri hanno alle spalle e mantengono attività di romanziere (esempi di casa nostra: Soldati, Pasolini, Bevilacqua). Intanto è necessaria una buona cultura di base; aver studiato in qualche modo che cosa significa fare cinema e aver visto film e film non come semplici spettatori ma con lo sguardo particolare di chi ha voglia di realizzarne uno; conviene seguire concretamente tutte le fasi di lavorazione per imparare imitando, per imparare facendo. Dunque il regista in ultima analisi si forma sul campo e prima ci può essere di tutto, come abbiamo visto!  

 

Se definiamo il regista con il criterio della formazione dal momento che siamo in presenza di assai differenti percorsi, risulta difficile applicarlo, ciononostante suggerisce qualcosa di interessante.

 

Il cinema è un mondo complesso. Questo film è di Tizio e questo è di Caio. Poi si scopre che Tizio ha partecipato, con notevoli contributi di creatività, a ogni fase di lavorazione, dalla scrittura al set al montaggio e si è occupato anche della musica. Come Charlie Chaplin. Caio invece è stato presente solo sul set. È giusto che sia Tizio che Caio siano considerati alla stessa stregua, che a proposito del loro film si parli di tutti e due allo stesso modo, che insomma ambedue firmino l’opera? Ciò mi indigna. Certo non possiamo né dobbiamo assumere Chaplin come modello, sarebbe gravoso. Tale modello però ci suggerisce che il regista deve essere in grado almeno di intervenire in qualche modo e misura nelle fasi altamente creative del film.

        

 

 

 

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