Il vero problema sono i maestri

inserito 10.01.2013 - scritto da Maurizio Mazzotta

Quando il tango non era un business, molti tra gli appassionati, che si iscrivevano a scuole o frequentavano maestri, volevano sapere tutto sul tango, approfondire musiche e questioni inerenti le origini, conoscere meglio gli artisti che lo hanno interpretato trasferendolo, per esempio, in altri linguaggi, dalla poesia, alla fotografia, al linguaggio filmico. In questi ultimi anni appare evidente invece che la gran parte degli allievi “chiede di imparare passi e figure”, non indaga, si può dire che non ha ( salvo eccezioni ) voglia di sapere.  Ãˆ la moda, che crea appunto il business, e il business, si sa, corrompe. Infatti, ecco! Accade pure che ci si improvvisa maestri. È sufficiente essere stati, per qualche anno, allievi di qualcuno, aver frequentato, qualche sera alla settimana, le milongue per proclamarsi ballerini, per autodichiararsi maestri, per aprire una scuola.  

Scarto tuttavia questo aspetto assai deteriore della moda e del business e fermo l’attenzione sui maestri che hanno scuole e girano pure l’Italia intrecciando gli incontri con gruppi di allievi con un solo scopo, così almeno sembra, quello del profitto. E’ fin troppo evidente la scarsa motivazione a divulgare il tango, patrimonio immateriale dell’umanità (UNESCO 2009), l’attitudine a sfruttare la moda, l’impegno insufficiente nella didattica.    Tanto per concretizzare il discorso con qualche esempio banale, ma pure significativo. Ad alcuni “maestri “ ( le virgolette sono necessarie) non viene nemmeno in mente di prendere degli appunti su ciò che fanno quando insegnano, su ciò che promettono di insegnare la volta successiva, semplicemente per evitare di dimenticare ciò di cui hanno parlato nell’incontro precedente, e di aumentare la probabilità di compiere gaffes. In molti spesso emerge la voglia di esibirsi, tipica del ballerino e non dell’insegnante. Laddove sarebbe sufficiente mostrare e farsi modello di un semplice passo, si “abbandonano“ ad un intero tango certi dell’applauso.

Anche gli allievi sono un problema. Vittime della moda, si iscrivono ai corsi di tango convinti che un maestro possa metterli in grado in poco tempo di eseguire figure complesse. Ed è qui che gli uni e gli altri, maestri ed allievi, toccano il fondo. Soprattutto i maestri in quanto rispondono a questa esigenza pur sapendo che non ci può essere un risultato apprezzabile. Anche se in qualche modo si realizza con la partner quella determinata figura, ciò che rimane assente nelle performance della coppia sono l’eleganza della postura e la musicalità nell’eseguirla. La capacità di mantenere postura ed eleganza, ritmo e musicalità nelle figure complesse si acquisisce dopo anni di studio, otto ore al giorno, e cioè impostando il proprio bisogno di tango come un professionista.   Avendo osservato, letto e discusso sul tango argentino, avendo esperienza di maestri e di milongue mi sono fatto un’idea su un possibile elenco di obiettivi che un maestro dovrebbe porsi per promuovere il tango ballato, al di là delle distinzioni di stili. E’ sufficiente meditare su ciò che accade mentre si esegue il tango con una partner nuova, per comprendere quale potrebbe essere una graduatoria di obiettivi.   Dalla postura, che incide nella trasmissione della “marca”, alla padronanza del passo o della figura ( padronanza che permette al ballerino di eseguire e far eseguire quel movimento senza curarsi apparentemente di esso ), alla capacità, sia pure minima, di interpretare il brano che si sta ballando, che significa appunto sapere quello che si sta facendo per adattarlo alla musica, perché ci sia coerenza tra suono e gesto, tra note e movimento. 

C’è qualcosa che conviene sottolineare a proposito delle capacità interpretative. Si notano nelle milongue tangueri senza scuola, appassionati da sempre, che ballano con…sentimento. Non sfugge la loro mancanza di stile, la limitata varietà di passi, ciononostante si è attratti dalla loro capacità di esprimere ritmo e melodia. Chi confronta la gran parte delle coppie che sembrano affannarsi come se stessero in palestre dove la musica è un optional con questi tangueri che sognano e fanno sognare, rimane perplesso e si chiede: ma veramente è una buona cosa andare a scuola di ballo? Le persone che non sentono la musica si incantano a vedere le acrobazie dei ballerini; chi sente la musica si incanta solo se quelle acrobazie esprimono la musica, solo se quelle acrobazie non paiono tali ma risultano un insieme di movimenti densi di significato. Ed è qui che è assente la richiesta degli allievi. Altrimenti questi insegnanti sarebbero costretti a crearsi una professionalità docente o più semplicemente a meditare sulla didattica, si appassionerebbero a questo aspetto del loro mestiere e il risultato sarebbe la diffusione del tango come modalità di esprimere le proprie emozioni nello spazio e nel tempo di una milonga. Il che non significa fantasticare obiettivi improbabili: diventare un ballerino famoso, ma più semplicemente avere consapevolezza di quel che si sa e si sa fare. 

 

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