Gli assilli di Saggina

bambina magra Gli assilli di SAGGINA

 

Saggina è una bambina molto saggia, ha dieci anni e spesso dice cose assennate. Il padre, Karl  Marc un botanico tedesco che vive in Italia, la chiama così perché è alta e magra come le graminacee e soprattutto perché  ha il cervello pieno di pensieri, come le graminacee che hanno il  fusto sottile pieno di midollo.

 

L'altro giorno Saggina ha detto al padre:

Papà, tu mi porti spesso ad ascoltare persone che parlano ad altre, le quali dovrebbero ascoltare ciò che esse dicono. Ed è qui papà che mi sembra strana una cosa: mi sembra che spesso chi parla non si preoccupi se le persone ascoltano. Insomma come se chi parla si accontenti di ascoltare se stesso. Molti addirittura hanno sul tavolo il microfono e non lo usano o non lo sanno usare. Papà a volte non capisco come si comportano i grandi.

Il padre l'ha guardata intensamente e poi:

Figlietta mia, parlare non è soltanto un flusso continuo di parole; è di più, perché è anche controllo di questo flusso. Quando si parla si dovrebbe rispettare chi ascolta e dunque è vero ciò che dici: chi parla dovrebbe preoccuparsi di chi ascolta, non dovrebbe compiacersi della sua voce e di ciò che dice, tantomeno abusare della pazienza dell’altro.  Il controllo è importante anche perché chi parla non dovrebbe lasciarsi coinvolgere emotivamente da ciò che dice, se si lascia coinvolgere perde  di vista la situazione. Spiego meglio: chi parla tiene presente le condizioni dell’altro e cioè innanzitutto la sua possibilità e la sua capacità di ascoltare e di comprendere linguaggio e contenuti, ancora di più, la sua disponibilità ad ascoltare, quindi l’attenzione. Chi parla deve considerare la possibilità che gli schemi di riferimento di chi ascolta possano essere differenti dai suoi. 

Ecco un esempio: Due persone in treno guardano dal finestrino un panorama ed esclamano insieme: Che meraviglia! Così cominciano a parlare, ma ciascuno dei due non capisce ciò che l’altro sta dicendo e nemmeno si accorge di non comprendere. Per l’urgenza di esprimere i loro pensieri, le idee scaturite alla vista di quel panorama, le emozioni che provano, non si sono nemmeno presentati: uno è un pittore, l’altro è un costruttore. Quando tutti e due commentano la bellezza del panorama, sia pure con la stessa frase, ciascuno pensa a cose completamente diverse da quelle dell’altro. 

Analogamente, figlietta cara, ascoltare non è presenza muta, non è passività, è attenzione. Per questo, come il parlante,  chi ascolta dovrebbe preoccuparsi che non ci siano disturbi alla comunicazione; non è impaziente di dire ciò che pensa, di contestare o ribattere, togliere o aggiungere, anche questo sarebbe disturbo alla comunicazione; cerca piuttosto di entrare nella testa dell’altro, e si decentra, esce fuori da sé stesso per accogliere i nuovi contenuti, ideativi ed emotivi, che l’ altro comunica. In seguito, se c’è l’occasione e il bisogno, dirà i suoi punti di vista e sarà lui a parlare e colui che prima parlava si porrà in ascolto. 

Ci sono due grandi categorie, Saggina,  di comunicatori inefficienti: quelli che non sanno ascoltare e coloro che non sanno parlare. Alla lunga accadrà che chi non sa ascoltare finirà che  non saprà nemmeno parlare e chi non sa parlare finirà che non saprà nemmeno ascoltare.

Il discorso, figlietta cara, si dilata e dovrebbe essere approfondito. La situazione più normale per una comunicazione efficace ed efficiente non è il monologo ma è il dialogo. Il dialogo è scambio e lo scambio è un bisogno di tutti gli esseri viventi, ovvio che per l’uomo è uno dei bisogni primari. Tuttavia il monologo è utile, ma chi lo gestisce dimentica a quanto pare i bisogni e i desideri di chi ascolta e  molto spesso si comporta in modo assurdo, addirittura  contro i suoi stessi interessi, come dicevi tu, e non gli passa per la testa se chi ascolta è in grado si ascoltare, in tutti i sensi: orecchio, aspettative, schemi di riferimento.

Credo che si possa chiudere il discorso così:

CHI PARLA MOLTO FINIRA' PER ASCOLTARE SOLTANTO SE STESSO. E CHI NON FA CHE ASCOLTARE FINIRA' PER PARLARE SOLTANTO A SE STESSO

 

06.05.22 maurimaz

 

 

 

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E l’altro giorno Saggina ha chiesto al padre: Papà, perché molte persone, quando si salutano, dicono “Ci vediamo”, pur sapendo che non si incontreranno mai più?

 

Il padre, botanico, si è grattata la testa: Vediamo un po’, figlietta mia.  Poi dopo un poco ha comciato:

 

Qualche giorno fa, in uno dei miei  brevi viaggi, ero in una città affatto sconosciuta e in un momento di ozio. Mi divertiva la consapevolezza che tutto quello che avrei visto sarebbe stato davanti ai miei occhi una volta sola: tutto sarebbe esistito solo nella frazione di secondo in cui rubava la mia attenzione. Non c’era alcuna probabilità che avrei rivisto quella strada, quel palazzo, quell'edicola. Provavo la sensazione stordente del fugace, del contingente, dell’effimero: lasciarsi rapire da una prospettiva, da uno scorcio, da un campanile, da una vetrina; dai volti, dalle sillabe afferrate al volo e che hanno accenti, inflessioni del tutto nuove. Quella città l’avrei dimenticata, non sarebbe più esistita. 

Attraversai la strada tagliando il traffico e qualcosa guastò la mia euforia. Era qualcosa di familiare che mi veniva incontro da luoghi remoti della memoria: un tutt’uno di occhi sopracciglia naso e fronte. Man mano che il volto si avvicinava, si condensava su quegli occhi un aggrottare di sopracciglia: era evi­dente che gli facevo lo stesso effetto perché quegli occhi mi fissavano.

“Rubini!” esclamai nello stesso istante in cui lui pronunciava il mio nome ed eravamo l’uno di fronte all’altro. Tutti i miei pensieri svanirono di colpo, proprio come gli oggetti che avevo percepito fino a quel momento: curioso destino che coinvolgeva gli eventi e le meditazioni su quegli stessi eventi. 

“Come mai qui?”  

“Come mai tu? Questa è la mia città!”.

Rubini era un compagno di liceo vivo nella memoria insieme agli altri della classe. Non ci vedevamo da più di trent’ anni.

“Ti ho riconosciuto subito!”

“Anch' io! A parte i colori non sei cambiato”

“Cosa fai, come stai?”

“Vivo qui da un pezzo, venticinque anni, credo. Ho uno studio legale proprio qui dietro. E tu …..…” 

Il dialogo terminò più o meno di colpo. Con una caduta repentina della tensione che ci aveva portato inizialmente addirittura all'abbraccio. Ci scambiammo poche informazioni sulle nostre vite e su quelle degli altri compagni dei quali tutti e due sapevamo pochissimo, quasi niente. Quando gli proposi di prendere un aperitivo­, e lui rispose che non poteva trattenersi neppure un secondo per un affare urgente, ebbi la certezza che sarebbe svanito come era apparso. Rappresentavamo una fase della nostra vita, qual è l’adolescenza ricca di scoperte. Per questo l’abbraccio iniziale. Poi una nuova qualità del ricordo, dovuta al fatto che anche nella stessa classe eravamo distanti. Così lui disse la frase che non doveva dire. Quando gli tesi la mano (tutti e due evitammo con “naturalezza" l'abbraccio), disse:  â€œCi vediamo”.

Questa frase occupò tutto il resto della mia passeggiata.

Il problema era: come si può dire una frase così in un’occasione del genere. Rubini sapeva che quasi sicuramente non ci saremmo incontrati più. Era un suo modo di dire? No, questa spiegazio­ne non mi soddisfaceva. Decisi di  cercare l’origine di questa modalità di saluto.

Ipotizzai che all’origine avesse il significato di un augurio. Due amici o compagni di un tempo che si augurano di incontrarsi di nuovo. Avevo l’impressione invece che la frase di Rubini contenesse un significato opposto.

Quel semplice “ci vediamo”, poteva essere cortesia? Cortesia autentica sarebbe stata una frase come: “Mi ha fatto piacere vederti. So che è improbabile un altro nostro incontro perciò ti auguro buona fortuna”. Questa può essere considerata una frase cortese convincente. Gli avrei augurato anch’io buona fortuna. 

No, conclusi, era un intercalare, buffo. L’intercalare è tipico dell'impaccio. Rubini impacciato! Lui che nel mio ricordo apparteneva alla categoria dei compagni che si davano da fare e ne avevano le possibilità.

La domanda adesso era: perché ad alcune persone sembra difficile affrontare e risolvere un problema in fondo così semplice, quello di accomiatarsi definitivamente da una persona? È veramente così arduo dire una frase come quella che augura buona fortuna? È il definitivo che fa paura? Se è così, si comprende: dal definitivo si fugge, ma ciò significa incapacità di affrontare problemi relazionali di primo livello. 

Tutte ipotesi, da verificare naturalmente. Quanto a Rubini, lui probabilmente si era espresso con una frase all’apparenza paradossale, ma di fatto in due secondi mi aveva detto, magari senza una piena consapevolezza: “Non ti dico addio e buona fortuna perché non ne sono capace, e poi non mi importa gran che, perciò ti mando a quel paese facendoti credere che mi piacerebbe vederti”. 

Cara Saggina mia, in molte persone c’è in fondo la solita stupida sottovalutazione dell'altro, che come un boomerang torna al mittente e lo  rende ridicolo.

 

30.04.2021

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