|
Saggina, voglia di sapere
di Maurizio Mazzotta
Saggina è una ragazza molto saggia, per questo ha il soprannome di Saggina. Il suo cervello è pieno di pensieri come le graminacee, il cui fusto sottile è pieno di midollo, dice il padre un biologo tedesco, Kark Sartre, Saggina a dieci anni ci osservava, curiosa, poi con i suoi quesiti “ci metteva allo specchio”: ci ha fatto meditare sui nostri comportamenti. Ora, che non è più una bambina, le sue richieste sono approfondimenti su alcuni temi che ritiene importanti.
Le frasi che uccidono
“Ho scritto per te un elenco – la accoglie Mauro appena Saggina è all’ingresso, che in risposta, temendo chissà cosa, aggrotta le sopracciglia.
“Un elenco di frasi che uccidono. Così le terrai sempre presenti”.
E continua a parlare mentre si accomodano sulle poltrone.
“Sarebbero quelle frasi che spesso sorgono spontanee nella testa e in genere vogliono proprio frenarci o addirittura colpirci, direi proprio farci del male, Sono insomma pensieri che rovinano la nostra vita. Frasi come queste dimostrano perdita di autostima e anzi contribuiscono ad azzerarla. Ecco subito alcuni esempi: Come sempre, non ce la farò. Troppo facile, per questo mi è riuscito. Per forza! Sono stato aiutato. Oppure frasi come queste altre che seguono e che dimostrano un’autostima esagerata: Se proprio voglio, imparo queste cose in quattro e quattr’otto. Volere è potere!. Tanto io sono fortunato! Hai capito di che elenco si tratta, Saggina? E perché l’ho fatto?
Saggina annuisce. “Per stare in guardia e credo di averne bisogno”
“Tutti ne abbiamo bisogno, Saggina. Anche un vecchio come me, anche uno psicologo. Sono le frasi che ci aggrediscono nei momenti bui o quando le nebbie ci coprono la realtà. Avere la possibilità di consultare questo elenco ci aiuta, ci ricorda che siamo rapidi a tradirci, che invece dobbiamo smontare le frasi maligne richiamandoci al meglio di noi stessi. Soprattutto tenere presente che anche una eccessiva fiducia in noi stessi ci fa compiere azioni che possono facilmente tradursi in insuccessi. Sono tutte frasi che uccidono e dobbiamo imparare per prima cosa a riconoscerle, poi a difenderci. Perché mirano a colpirci, a farci del male, a predisporci alle sconfitte.
“Non è difficile: appena “sentiamo dentro di noi” queste frasi che uccidono, come se fossero dette da qualcuno che è dentro di noi, che ci sorveglia e giudica, fermiamoci un attimo, e chiediamoci prima di tutto se corrispondono al vero, o se sono esagerate ed enfatizzano aspetti che hanno poco a che fare con le nostre capacità. Poi analizziamole per vedere se veramente corrispondono alla nostra esperienza, intendendo non solo la nostra esperienza personale, di cose che ci sono accadute, ma anche l’esperienza che abbiamo delle vicende altrui. Chiediamoci se questo qualcuno che “parla dentro di noi” vuole veramente aiutarci, darci dei suggerimenti, oppure vuole proprio, al contrario, farci cadere. Si chiama autolesionismo, ed è subdolo.
Esaminiamo questa frase: “Tanto io sono fortunato!” (O sfortunato).
Le conseguenze sono le stesse. Fare ricorso alla fortuna-sfortuna sposta il “luogo del controllo”. Se esaminiamo noi stessi e le nostre capacità con un certo grado di realismo e di serenità, ci possiamo rendere conto per esempio se una cosa siamo in grado di farla oppure no. Se siamo in grado, ci impegniamo maggiormente a realizzarla; altrimenti decidiamo se imparare oppure lasciar perdere. Questo significa “controllarci”: il luogo in cui avviene questo controllo è in noi.
Se invece rivolgiamo all’esterno la nostra attenzione, a ciò che accade per esempio agli altri, e concludiamo che le capacità dell’individuo non hanno nulla a che fare con ciò che gli accade nella vita, allora ci abbandoniamo al “caso” che non possiamo controllare: in questo caso il luogo del controllo sarebbe fuori di noi.
Cosa significa tutto questo in due parole? Che frasi come: Tanto io sono fortunato! Non vale la pena sforzarsi, le cose vanno come devono andare. Non è mai colpa mia, sono delle scuse; significano che non riconosciamo le nostre responsabilità, che tiriamo i remi in barca, che siamo pusillanimi, vigliacchi, che il nostro atteggiamento è quello del perdente. Siamo dei perdenti prima di perdere, che è peggio del perdente che perde dopo che si è dato da fare, che si è affaticato, che ha lottato.
Un altro aspetto conviene considerare quando siamo martellati dalle frasi assassine. Dobbiamo considerare il nostro stato generale, “come stiamo” nei momenti in cui vengono a galla queste frasi che uccidono. Siamo troppo stanchi? Deboli e senza difese? Quel “qualcuno dentro di noi” che ci vuole male approfitta di questi momenti. E allora sforziamoci di accantonarle e imponiamoci di valutare e decidere quando staremo meglio.
Tirar fuori le idee: Il Brainstorming
“Hai mai sentito parlare del brainstorming?”, fa il dr Mauro a Saggina appena si siede.
“Certo, da papà. E’ un metodo per allenare la fluidità, che è una capacità del pensiero divergente”
“E per risolvere problemi. Il Brainstorming (letteralmente: cervelli in tempesta) è infatti un metodo di gruppo per produrre idee che, approfondite e discusse in un secondo momento, permetteranno la soluzione di problemi di qualsiasi natura. Si svolge in due fasi: la prima, del semaforo verde così detta, perché ciascuno esprime liberamente ciò che gli viene in mente pensando al tema o problema da affrontare e cerca di liberarsi dalle inibizioni e soprattutto si astiene dai giudizi verso ciò che dicono gli altri. Dunque via libera al pensiero.
La seconda fase o del semaforo rosso, si chiama anche “pulitura” in quanto si analizzano, si criticano, si valutano le idee prodotte, eliminando tutte quelle che sono dei “fuori tema” o delle ripetizioni o parole dette per gioco.
Si può utilizzare a scuola, in azienda, nelle riunioni di lavoro, anche tra amici; in tutte quelle circostanze in cui è opportuno che ciascuno, prima di discutere e decidere, pensi liberamente sull’argomento o sul problema. Si tratta di favorire un clima disinibente e quindi la produzione di idee, idee stimolate direttamente dal tema e indirettamente per associazione con le idee espresse dagli altri. Si permette così una produzione estemporanea di materiale cognitivo che sarà successivamente oggetto di discussione, valutazione e elaborazione.
“Come hai ricordato tu, oltre a favorire la soluzione di un “problema”, questo metodo permette lo sviluppo della fluidità e quindi a superare i blocchi emotivi. In particolare si favorisce la fluidità associativa e per questo è necessario che una persona del gruppo scriva tutto ciò che viene detto su una lavagna in modo che tutti possano sempre leggere.
“Ecco in sintesi i principi alla base di questo metodo.
-Tutti possono essere creativi. Il brainstorming dà la possibilità a tutti di esprimersi proprio in quanto l’idea deve essere riferita in breve e si è liberi dal timore di sbagliare.
- L’abitudine è un ostacolo quando l’individuo tenta di trovare nuove soluzioni. La fase del “semaforo verde” (la vera innovazione) è un metodo pratico per eliminare i vincoli dell’abitudine in quanto permette nuove combinazioni di idee (per questo è necessario scrivere su una lavagna ciò che viene detto: si favoriscono così le associazioni.)
-Un fattore che rafforza la rigidità del pensiero è la frustrazione. Una frustrazione può derivare da un giudizio. Il principio del giudizio differito, cioè il rimandare a dopo la valutazione di ciò che viene detto, elimina la preoccupazione di essere giudicati, preoccupazione che finirebbe per scoraggiare la partecipazione e lo zampillare di nuove idee.
- La quantità origina la qualità. Vari esperimenti hanno rilevato la tendenza all’incremento delle idee valide man mano che aumenta la produzione delle idee. Nel brainstorming la quantità è in rapporto al tempo e al numero dei partecipanti ed è favorita dall’espressione rapida, sincretica, acritica, e dalle associazioni.
Si è riscontrata la sua utilità nell’allenare il gruppo all’accettazione delle idee degli altri. Il principio del giudizio differito è funzionale anche per questo.Insomma è un ottimo metodo che come vedi permette il raggiungimento di più scopi a chi lavora in gruppo.
La fluidità di pensiero e i blocchi emotivi
Karl, il padre, se la guarda mentre lei finisce di vestirsi e pensa: Non è più la mia bambina rompiballe, poi aggiunge: amorosamente rompiballe, è cresciuta, una ragazza…che vuole sapere e sapere.
”Dove vai, da Mauro? “
“A scuola del dottor Mauro”, Saggina precisa.
Consapevole e contento di essere diventato la sua guida, Mauro sorseggia il caffè mentre la moglie intrattiene Saggina, che ha in mano la cioccolata, e risponde con garbata sicurezza alle domande sui genitori della signora Daniela.
“La fluidità di pensiero è una capacità intellettiva, in particolare una delle capacità del pensiero divergente, come ti ho detto quando ti ho elencato sia le capacità del pensieo convergente sia quelle del pensiero divergente. Si tratta della capacità di produrre tante risposte, senza inibizioni di pensiero; dunque la capacità di dare molte risposte per affrontare una situazione problematica. Questo “molte”, che ho ripetuto, è fondamentale: si può concludere che la fluidità è una capacità di produzione intellettiva che si esprime quantitativamente.
So cosa stai pensando e ti dico: Sì, c’è il rischio di dire fesserie, cose senza senso, superficiali, banali; ma gli aspetti positivi e utili sono importanti. Non si può nemmeno immaginare cosa significhi “essere fluido di pensiero”; non si può immaginare cosa c’è o non c’è dentro di noi se siamo capaci o incapaci di fluidità di pensiero. Per questo ti dirò dei blocchi emotivi che inibiscono la fluidità.
Allora conviene accennare a come si generano i blocchi emotivi.
All'origine potrebbero esserci alcune convinzioni, schemi ideativi di riferimento molto spesso errati. Dunque pregiudizi.
- Un pregiudizio, dunque un’idea errata, è questo: Soltanto la Logica fa comprendere il mondo e io non perdo tempo con le idiozie. La fede eccessiva nella logica spegne la voglia di giocare e di sperimentare, spegne il pensiero divergente.
- Preoccupazione di apparire diverso. Si ritiene che il giocare con le idee, l'immaginare, il sognare a occhi aperti siano infantili. Molti studiosi sono invece d’accordo sul fatto che proprio le persone più mature, i saggi, vivono anche infantilmente.
- Il gruppo è infallibile. Questo ci abitua alla dipendenza dagli altri, alla paura del giudizio degli altri, specie se sono adulti o hanno un ruolo importante. C'è anche l'idea che l'autorità sia infallibile. E spesso l’autorità guida utilizzando il pensiero convergente.
- Paura di affrontare situazioni nuove, forte esigenza di certezze. Dietro questa esigenza potrebbe esserci l'abitudine a schemi rigidi di riferimento, per esempio la tendenza al "tutto o niente", quindi l'incapacità di notare le sfumature; la convinzione che solo l'esperienza del passato possa dettar legge e guidare gli uomini: non ci si rende conto che l'esperienza ha avuto origine dalla soluzione nuova di un problema; la scarsa abitudine alle situazioni problematiche, spesso conseguenza di una educazione che si preoccupa troppo che i bambini e i giovani abbiano tutto, da cui deriva l'incapacità di porsi domande, di analizzare il problema, di percepire relazioni insolite tra oggetti, eventi e idee.
- L’allenamento è fondamentale e io non sono allenato.
Il non volersi impegnare nelle situazioni problematiche, specie se considerate senza utilità, genera apatia. Restiamo imbambolati.
- Il problema genera ansia. Se non lo risolvo sono un cretino.
Il senso di autoefficacia è compromesso. Abbiamo un'idea di noi stessi come soggetti poco capaci. L'ansia di dover risolvere un problema innalza l’emotività.
Hai capito Saggina? Un giorno ti farà l’elenco delle frasi che uccidono.
Due “cervelli” due modi di pensare
“Oggi vai da Mauro?“
“Sì papà, dice che sul cervello c’è tanto da parlare”
A colazione, come sempre.
E infatti appena dal dottor Mauro, lui non le chiede se cioccolata o aranciata, le fa trovare l’una e l’altra in modo che possa scegliere e lui cominciare subito.
“Devi sapere, per poter capire in seguito, che il cervello umano è come una noce: due emisferi e un corpo calloso che li unisce. Pesa complessivamente 1200 grammi (chi più chi meno) ed è composto di speciali cellule, dette neuroni, appena 100 miliardi... (una lumaca ne ha 100.000). Funziona secondo un sistema elettrochimico, il che significa che si sveglia con impulsi elettrici e con impulsi chimici e sviluppa una potenza di 25 Watt. Ha un numero enorme di connessioni tra i neuroni (10 alla 24esima potenza – ti sconsiglio di metterti a calcolare), supera, ancora oggi, il calcolatore elettronico più potente. Tra cento anni i calcolatori elettronici domineranno gli uomini che li hanno costruiti... ma questa per ora è fantascienza.
“Per me è già fantascienza: tutti questi numeri e parole nuove neuroni”
“L’ho detto, sono le cellule del cervello “
“Anche a scuola il professore parla di cellule, ma non ce le ha mai mostrate”
“Per la prossima volta preparo il microscopio”
“Va bene continua”
Mauro muove la testa da sinistra a destra:
“Hai ragione. Supponevo che…Mi dispiace…Ho fatto lo stesso errore della scuola”
“Non ti preoccupare zio, una volta parleremo della scuola. Ho tanto da dire. Ma iI cervello ora mi interessa troppo”
“OK. Allora i due emisferi sono anatomicamente simili. Possiamo pensare il cervello come formato di strati che rappresentano l'evoluzione del cervello stesso: uno strato profondo, che dirige le funzioni vitali, quali la respirazione e il battito cardiaco, questo cervello dominava il mondo ai tempi dei dinosauri: è il cervello del rettile; uno strato intermedio, che governa le nostre emozioni, lo abbiamo in comune con i mammiferi; uno strato superiore, la corteccia cerebrale, che è la sede di tutte le funzioni mentali più sofisticate: linguaggi, memorie, intuizioni, pensieri, capacità di analisi e di sintesi.
“Gli specialisti del cervello sono convinti che sappiamo ancora molto poco sull'organo più importante del corpo umano. Sappiamo che esiste un’asimmetria funzionale degli emisferi per cui l'emisfero sinistro presiederebbe alle funzioni lineari, razionali, sarebbe la sede della memoria e dell’analisi, del ragionamento e della logica, del calcolo e della parola; l'emisfero destro presiederebbe alle funzioni globalizzanti, istantanee, sarebbe cioè la sede della sincresi e della sintesi, dell'intuizione, delle immagini e delle metafore. Gli studiosi chiamano pensiero convergente le capacità dell’emisfero sinistro e pensiero divergente quelle dell’emisfero destro.
“Questa parte l’ho capita tutta”
“Una modalità di pensiero si definisce come convergente quando la soluzione a un problema va in una sola direzione, ed è una sola. Ascolta questo esempio: Il problema/domanda è “A cosa serve la penna? Soluzione: a scrivere.
“Una modalità di pensiero si definisce come divergente quando la soluzione a un problema non è più una sola, possono essere più di una e vanno in tutte le direzioni, cioè divergono. Problema: a cosa può servire la penna? Soluzione: oltre che a scrivere serve per bucare un foglio di carta, per raccogliere i capelli sulla testa avvolgendoli, per fermare sul tavolo la pagina, come unità di misura, ecc...
“Come avviene che scaturiscono tutte queste risposte così diverse l’una dall’altra? Volta per volta prendiamo in considerazione aspetti diversi dell’oggetto penna, isoliamo alcune caratteristiche, cambiamo punto di vista. Se osserviamo la punta della penna, pensiamo alla possibilità di utilizzarla come punteruolo; se pensiamo all’asticella, ci viene in mente che può servire per i capelli; se le attribuiamo un certo peso, la utilizziamo per bloccare la pagina che svolazza; se consideriamo la dimensione lunghezza, la usiamo come unità di misura.
“Al pensiero convergente si riconducono diverse capacità, per esempio la capacità di comprendere la funzione di un oggetto; la capacità di analizzarlo, scomporlo e individuare le relazioni tra le varie parti. Il pensiero convergente è anche il pensiero che valuta, che discrimina, deduce, presuppone e altro ancora
“Anche il pensiero divergente si esprime con alcune capacità. Per esempio la fluidità, che permette di produrre più soluzioni senza inibizioni di pensiero; la flessibilità che è la capacità di modificare i propri punti di vista, e altre ancora.
“Bene! Ora un problema per te - una domanda - e puoi tentare di risolverlo rispondendo o col pensiero convergente o con quello divergente. Ecco la domanda: Perché la scuola punta in genere a sviluppare le capacità convergenti? E non considera - o le considera molto poco - quelle divergenti? Attenzione! Non è una domanda tendenziosa. Le risposte sono riconducibili a punti di vista differenti sulle funzioni della scuola. Avanti, pensa e rispondi, non subito, magari la prossima volta..
Intelligenza intelligenze
“Papà, che vuol dire la frase “Il braccio e la mente”?
Fa Saggina mentre sono a tavola per la colazione e il padre è alle prese con le fette biscottate che si spezzano mentre cerca di imburrarle.
“Dove l’hai sentita questa frase? Chi parla ancora di braccio e di mente? Con la mente si lavora sempre, dove l’hai letta…Qualche decennio fa un gioco alla TV aveva questo titolo e ha contribuito notevolmente a fissare informazioni distorte nelle teste delle persone. La mente lavora sempre qualunque cosa si faccia, quindi è una distinzione stupida. Quello che so è che ci sono diverse intelligenze ma non mi chiedere altro, vai dallo zio Mauro”.
E così qualche ora dopo Saggina si trova a casa del dr Mauro, peraltro già avvisato del tema e del problema, perciò dopo essersi sistemato sulla poltrona, bevuto un piccolo sorso di te -zenzero e limone- e invitato Saggina a fare altrettanto con la sua cioccolata, lo zio, psicologo, comincia.
“Il cervello in verità ancora oggi ci stimola dei quesiti, e gli psicologi, che studiano il comportamento, ossia le manifestazioni dell'attività del cervello, e i neurofisiologi, che studiano il cervello come organo del corpo umano, hanno cominciato a fare delle precisazioni, a individuare delle distinzioni, a chiarire le idee e hanno stabilito che si deve parlare innanzitutto di intelligenze e non di intelligenza, di stili di pensiero, di abilità intellettive, di apprendimenti e di abitudini a risolvere problemi e ancora di differenze tra maschio e femmina, dovute alla prepotenza dell’ambiente, ossia all’educazione.
“I neuroscienziati hanno meno dubbi degli psicologi: pensieri, azioni, emozioni, sentimenti li riconducono alla eccitazione o alla quiete di precise zone del cervello che sono controllate ciascuna da molecole specifiche. E questo d’altra parte preoccupa altri studiosi che si chiedono: cosa accadrà quando l'industria dei farmaci produrrà pillole adatte a eliminare o a svegliare la paura, l'obbedienza, la voglia di lavorare, la voglia di pensare? La mente e quindi il comportamento di alcuni saranno controllati da altri? E dove andrebbero a finire il libero arbitrio, la possibilità e la capacità di decidere su ogni cosa, l’autonomia di pensiero, quindi la libertà di agire, di scegliere e di perseguire propri scopi? Insomma dove andrebbe a finire l’umanità?”
Mauro fa una sosta e la guarda a lungo, poi dice: “Sei cresciuta Saggina, le tue domande non sono più una semplice curiosità, e quindi le mie risposte possono andare più nel profondo e ciò che hai chiesto oggi, soprattutto l’attenzione che hai posto a ciò che ho detto, sono la prova del tuo bisogno di sapere e sapere oltre.
“Come spesso accade ogm epoca ha le sue convinzioni. Sono i filosofi e gli scienziati a dettare legge: si creano delle convinzioni, elaborano teorie e influenzano il modo di pensare di altri scienziati e intellettuali. Così le conclusioni degli studiosi sul rapporto cervello-intelligenza sono state influenzate dalle concezioni scientifiche dominanti nelle varie epoche. Dapprima, e a lungo, gli studiosi consideravano il cervello nel suo insieme e ipotizzavano un meccanismo generale di elaborazione dell'informazione, in cui ogni sezione del sistema nervoso aveva la stessa potenza delle altre, poteva svolgere tutte le funzioni e rappresentava le diverse abilità intellettuali. L'intelligenza era considerata come una capacità connessa alla massa complessiva del cervello.
“In seguito nei periodi in cui ha dominato, all’opposto delle idee precedenti, l'ipotesi della localizzazione, la gran parte degli studiosi era convinta che ogm parte del cervello presiedesse a una precisa funzione cognitiva. Per esempio, la visione nel lobo occipitale e il linguaggio nelle regioni temporali e frontali sinistre. Intanto si è andata definendo una certezza: la plasticità del sistema nervoso centrale, maggiore nelle primissime fasi dello sviluppo, molto minore nell'età adulta. Significa che, in particolare nel cervello dei bambini, accade che se una parte del cervello è danneggiata, un'altra parte ne assume le funzioni.
Oggi si tende a concludere, mettendo in risalto l'ipotesi della localizzazione, che il cervello può essere suddiviso in regioni specifiche, ciascuna delle quali emerge come relativamente importante per certi compiti e come relativamente meno importante per altri. Possiamo pensare il cervello come formato a strati che rappresentano l'evoluzione del cervello stesso: uno strato profondo, che dirige le funzioni vitali, quali la respirazione e il battito cardiaco; questo cervello dominava il mondo ai tempi dei dinosauri: è il cervello del rettile; uno strato intermedio, che governa le nostre emozioni e lo abbiamo in comune con i mammiferi; uno strato superiore, la corteccia cerebrale, che è la sede di tutte le funzioni mentali più sofisticate, linguaggio, pensiero, memoria.
“Gli specialisti del cervello sono convinti che sappiamo ancora molto poco sull'organo più importante del corpo umano. Sappiamo che esiste una asimmetria funzionale degli emisferi per cui l'emisfero sinistro presiederebbe alle funzioni razionali, lineari, sarebbe cioè la sede della memoria e della analisi, quindi del ragionamento e della logica, del calcolo e della parola; l'emisfero destro presiederebbe alle funzioni globalizzanti, istantanee, sarebbe cioè la sede della sincresi e della sintesi, dell'intuizione, delle immagini e delle metafore. Dunque per crescere il sinistro ha bisogno di memorizzare e di ragionare con le parole e coi numeri, mentre il destro di intuire e di vedere e sintetizzare immagini, anche immagini verbali come le metafore che confrontano e sintetizzano due realtà.
“Secondo alcuni studiosi della psicologia dell'intelligenza, le intelligenze sono sette: linguistica, musicale, matematica, spaziale, corporeo-cinestetica, ossia del movimento, intrapersonale e interpersonale.
E' una ipotesi che si basa sull' osservazione. Gli studiosi infatti hanno passato in rassegna fonti diverse: studi di bambini prodigio, di individui dotati, di pazienti con lesioni cerebrali, di bambini normali, di adulti normali, di esperti in diversi campi e di individui appartenenti a culture diverse.
L'intelligenza linguistica sarebbe propria di poeti, scrittori e oratori; quella musicale è l'intelligenza di chi è sensibile al suono e al ritmo: musicisti, cantanti; quella matematica si manifesta negli scienziati e in tutti coloro che si lasciano guidare dalla logica; l'intelligenza spaziale implica la capacità di comprendere le relazioni visivo-spaziali: pittori, scultori, architetti; quella corporeo-cinestetica è propria degli atleti, dei danzatori, dei mimi; l'intelligenza intrapersonale ha a che fare con la conoscenza e l'accettazione di sé; l'intelligenza interpersonale con la capacità di mediare tra sé e l'ambiente esterno, la capacità di comprendere gli altri e di entrare in empatia per i loro problemi”.
Saggina si è bevuto tutto con le orecchie e con la testa, mentre il dr Mauro non ha nemmeno bevuto un sorso d’acqua e ha la bocca secca, ciononostante dopo una breve pausa e un sorriso, sembra proprio avvisare la ragazza:
”Tutto ciò che riguarda l’essere umano sembra insondabile, poi ci si accorge che qualche cosetta si comincia a capire, per l’intelligwnza siamo agli inizi.
Sei d’accordo di andare alla prossima?"





