Mercante di fantasia

 

  

Da MERCANTE DI FANTASIA   audiolibro  L'Officina delle parole edit.

e da LA LETTURA INTELLIGENTE Giunti Lisciani edit.

 

(09) Il ballo dei fiammiferi - (08) La guerra del cartelli stradali  - (07) La lucertola verde

(06) Le lucciole - (05) Le antenne - (04) Il fiore che voleva correre sul prato - (03) Friski ( in Lettura intelligente)         

(02) Tra le brioche dell'orco - (01) L’alluce e il mignolo    

 

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Fiammiferi

Il ballo dei fiammiferi

 

Il nonno posò sul tavolino la pipa e i fiammiferi; si alzò e spense la luce. Qualche minuto dopo nel piccolo appartamento di città scivolò il silenzio. 

Fuori il cielo era coperto, molta elettricità nell'aria: ogni tanto un lampo e il borbottare di un tuono. Venne la pioggia saltando sul terrazzo con rumore di gocce che si schiacciano, e poi ci fu un lampo forte e un tuono più vicino. 

Nella casa anche il nonno dormiva. Pure le cose ferme sopra i mobili e i mobili stessi. La pioggia voleva svegliarli tutti, picchiando insistente e divertita, il tuono percuoteva i vetri e il lampo accendeva gli angoli bui. Dicevano a tutti quelli che abitavano la casa, compresi gli armadi, le poltrone, le lampade, i fiammiferi e tutto il resto: - Svegliatevi! Svegliatevi! C'è una gran festa di suoni e di luci. Per questo i fiammiferi si svegliarono. 

Sul tavolino, dove era la scatola dei fiammiferi apparvero due scintille, poi altre due, poi un'altra ancora. lo so come parlano i fiammiferi, perciò mi è facile capire quello che si stavano dicendo. Grosso modo erano queste le frasi: - Ehi! Ci sono lampi magnifici di fuori! - Guardate, è proprio la nostra serata! - Usciamo, questa notte ci divertiamo! - Dài su, usciamo dalla scatola! 

Le scintille illuminavano il piano di legno massiccio, dove si trovavano un grande portacenere, la pipa del nonno e qualche libro.

Un tuono svegliò il bambino, un lampo lo fece sorrldere e quando seguì un altro tuono, era già fuori dal letto, scivolò sulla pancia e appena mise i piedi a terra cadde sul culetto. Si alzò, infilò la porta di gran carriera e si diresse verso il salotto. 

I fiammiferi intanto uscivano dalla scatola aperta a metà; appena uscivano, puntavano la grossa testa, poi uno scatto e una scintilla ed erano in piedi a modo loro. 

Chi non conosce i fiammiferi è portato a pensare che, quando sono in verticale, la grossa testa di zolfo stia in alto e il piede sia l'estremità di legno. Ma non è così. lo conosco i fiammiferi, i loro usi e costumi, perciò vi spiego che i fiammiferi sono in realtà la testa e il bastoncino è una lunga, e un po’ rigida, coda di cavallo. Per loro quindi è normale stare in quella posizione che a noi sembra a testa in giù. Con la testa comunicano proprio con le scintille e per muoversi saltando e sprizzando fiamme ed energia. L'asta di legno serve al fiammifero solo per bellezza e a noi per non bruciarci le dita. Perciò i fiammiferi sul tavolino basso del salotto saltavano sprizzando  quante più scintille potevano, erano contenti e sembrava gridassero di gioia: “Che bel temporale! Facciamo qualcosa! Balliamo”

Il bambino si era fermato di botto vicino alla poltrona del nonno, e visto che era vuota e trovandosi nella stanza quasi buia, si mise a piangere, ma si accorse di tutte quelle scintille e rimase a fissarle. Nello stesso momento un fiammifero si era accorto del bambino, fece tre quattro salti, scintillò più volte sull'orlo del tavolo e si fermò in bilico sulla testa. Con ciò aveva avvisato gli altri della presenza del bambino, perché tutti si fermarono, e si avvicinarono al compagno.

- Che c'è? - chiedevano con piccole scintille che appena si vedevano. 

- È un bambino. E che vuole?- 

- Sta piangendo -. 

- Non lo fate avvicinare, può bagnare il tavolo -. 

- Facciamo insieme una grossa scintilla, così smette di piangere -. 

- Uno due tre e via - disse uno scintillando e tutti saltarono con grosse scintille. Uno prese fuoco. Si era strofinato con troppa forza sul tavolo, e adesso era assai felice avvolto dalla fiammella. I compagni lo guardavano invidiandolo. Anche il bambino si era avvicinato, aveva poggiato le mani sul tavolo e non piangeva più, anzi ogni tanto rideva. 

Chi non conosce i fiammiferi pensa che quando un fiammifero brucia stia per morire, perché dopo si spegne e rimane un pezzetto di legno bruciacchiato. Non è così. I fiammiferi quando bruciano sono al massimo della felicità, e non gli importa di finire nel portacenere. Perciò quando il fiammifero finì di bruciare, tutti di nuovo saltarono di gioia e si dicevano a modo loro tante cose, girando attorno a quello che era rimasto steso sul tavolo. Poi qualcuno ricordò che dovevano fare qualcosa per la festa del temporale, e che potevano organizzare un ballo. Qualcun altro aggiunse di improvvisare uno spettacolo proprio per il bambino, che era incantato e si era dimenticato che stava piangendo. 

I fiammiferi avevano formato tante file, marciavano compatti da un capo all'altro del tavolino saltando e scintillando, poi si separarono e si ricomposero per formare una stella, che ogni tanto si accendeva con fiammelle rosse e blu, quindi un cerchio fiammeggiante, si aprirono e comparve una serpentina sempre più veloce, infine si misero tutti di fronte al bambino per il gran finale, che era una specie di can can. Saltavano in aria, non tutti insieme, ma uno sì e uno no, sicché sembrava una fila che si muoveva da destra a sinistra, per via del fatto che quelli che saltavano si accendevano, mentre gli altri fermi erano spenti. Il finale durò un bel po', e si accrebbe di nuove figure quando i fiammiferi presero contemporaneamente ad andare avanti e indietro. All'improvviso uno saltò più degli altri, si accese in aria e andò a cadere dritto nel portacenere. A uno a uno gli altri lo seguirono volteggiando in aria e tuffandosi, avvolti nella fiammella, nel pesante recipiente di vetro. 

Il bambino seguiva con gli occhi affascinato e cercò pure di prendere un fiammifero al volo, ma non ci riuscì. 

Il temporale ormai si stava allontanando e i lampi non facevano più luce. Perciò il bambino al buio si mise a piangere disperatamente da svegliare la mamma.

 

Da Mercante di fantasia  - audiolibro di Maurizio Mazzotta, edizioni L’officina delle parole.  

 

 

 

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                                                                                         La guerra dei cartelli stradali 

 

foto cartelli

  

-Ehi! Pss pss - fece il cartello strizzando l'occhio. 

Stava all'ingresso della strada e aveva un occhio solo, bianco e rettangolare. 

-Che fai, dormi? - continuò rivolto al compagno muovendo appena la testa rossa e rotonda come un disco. 

Il compagno stava dall'altra parte dell'incrocio e la sua faccia era tutta bianca con una fascia rossa torno torno. 

-Ma che dormo e dormo! Stavo meditando - rispose grattandosi con fare annoiato. 

-Facciamo una passeggiata. Muoviamoci. Fa freddo. 

Era notte, di quelle notti in cui Ã¨ raro che proprio per il freddo qualcuno vada in giro. 

-D’accordo, andiamo. Ãˆ un'ottima idea - disse quello dal faccione orlato di rosso, appoggiandosi al muro e tirando fuori dal marciapiede l'unica gamba. 

Il primo cartello schizzò via dal posto dove si trovava e saltò in mezzo all'incrocio. 

-Andiamo di qua? 

-No, andiamo di là. 

-Come vuoi. Visto che sei più importante! 

SIccome era vero che era più importante, il cartello dalla faccia bianca non rispose e si mise a saltare lungo la strada principale che aveva sempre avuto davanti. L’altro si affrettò a raggiungerlo. Saltavano tutti e due fianco a fianco ogni tanto urtandosi con le teste. 

-Che bello camminare in mezzo alla strada! Pensa, se la città fosse sempre così! Senza le automobili. 

-Eppure, se vogliamo, quelle stupide automobili le facciamo stare ferme per sempre.

-È vero! - esclamò il cartello bianco e si fermò. Si mise a meditare dondolando sulla gamba. 

L’altro che era andato un paio di salti più avanti, tornò indietro sorridendo. L’occhio era diventato più piccolo e la faccia sembrava più grande. 

Quello che si era fermato non fece in tempo a rispondere perché sentirono: 

-Ehi voi! - e si voltarono.        . 

C'era una piccola strada che non avevano notato, forse perché era al buio. 

-Che fate, dove andate? - continuò la voce. 

-Ah sei tu! - esclamarono entrambi. 

All'ingresso della strada c'era un cartello. Era un fratello minore di quello col faccione bianco orlato di rosso, infatti aveva lo stesso aspetto, però sulla faccia aveva un disegnino nero che rappresentava un autobus. 

Quello con un occhio gli saltò incontro dicendo: - Facciamo una passeggiata.       

Dài vieni con noi. 

-Dammi una mano. Ecco fatto! 

Si era aggrappato al compagno ed era saltato fuori dal marciapiede, e adesso gli stava di fronte. 

Il cartello che era rimasto in mezzo alla strada, riprese a camminare. Stava pensando a qualcosa, ma se n'era dimenticato. Succede spesso ai cartelli, forse perché hanno la testa piatta. Adesso erano in tre a saltellare in mezzo alla strada. 

 -Facciamo una corsa?

 -Attenti ! Un’automobile… 

 A un centinaio di metri era sbucata da una traversa un’automobile che si dirigeva verso di loro.

 -Ci nascondiamo? 

 -Fermi. È troppo tardi, rimaniamo qui - comandò quello dalla faccia bianca e pulita. 

Erano tutti e tre immobili, uno a fianco all'altro e sbarravano la strada. L’automobile, man mano che si avvicinava, andava sempre più piano. A qualche metro si fermò e rimase perplessa, poi accese tutte le sue luci e le facce dei cartelli si illuminarono. Infine le spense e fece marcia indietro; poi si voltò e se ne andò. 

-Hai visto? Che forza! 

-Già! Stavo pensando una cosa… Ascoltate. Sentite che idea m'è venuta! – disse, accostandosi ai compagni e guardando rapidamente da tutte le parti, persino alle finestre dei palazzi per vedere se c'era qualcuno che li potesse sentire. Non c'era nessuno, però per prudenza abbassò la voce e riprese a parlare. Gli altri due lo ascoltavano interessati. 

-lnnanzitutto dobbiamo chiamare a raccolta tutti i nostri compagni. Poi tu devi toglierti il disegnino dalla faccia e lo stesso devono fare quelli come te. Dopo di che ascoltate ... - e continuò, bisbigliando fitto fitto agli orecchi dei compagni. 

Un minuto dopo partivano saltando come canguri e alla prima piazza si separarono. Avevano un compito preciso; non era più una passeggiata. Andavano per la città in cerca dei loro compagni. Appena ne vedevano uno, lo svegliavano se dormiva e gli parlavano nell'orecchio. Allora quello tirava via la gamba e partiva da un'altra parte. Non era passata nemmeno mezz'ora che tutta la città era piena di cartelli che andavano e venivano, si incrociavano, salutandosi appena con un cenno, e continuavano a saltare. Qualcuno aveva la faccia seria, si era veramente impegnato nella faccenda; qualcun altro invece rideva e si divertiva un mondo. Secondo il carattere insomma. Un'ora prima dell'alba il movimento dei cartelli cominciò a diminuire. Sembrava che i cartelli andassero ad occupare dei posti prestabiliti. All'inizio ci fu qualche piccolo incidente. 

-Questo posto è mio. 

-No, è il mio. Tu mettiti là. 

-Ma lì non ce n'è bisogno. 

Poi in un modo o nell'altro si mettevano d'accordo. 

Quando sorse il sole, sembrava che nulla fosse cambiato. Le prime automobili però che si misero in moto, si accorsero che, ovunque si dirigevano, c'era il divieto di circolazione. Perciò facevano qualche giro e si fermavano stupite, anche perché sui marciapiedi c'erano sparsi tanti disegnini neri, che rappresentavano biciclette, motociclette, autobus, autocarri, carretti e altri veicoli. 

Più o meno alla stessa ora alcune automobili che volevano entrare in città, si misero a girare tutto intorno alla ricerca di un ingresso possibile, che però non riuscivano a trovare. 

Era successo che all'ingresso di tutte le strade che entravano in città si erano piazzati i cartelli dall'occhio bianco e con lo sguardo cattivo vietavano l'ingresso a tutti i veicoli. L'interno della città era stato invece occupato dai cartelli dalla faccia bianca orlata di rosso, aiutati dai loro fratelli, che per l’occasione si erano tolti i disegnini dalla faccia ed erano diventati come gli altri. 

Quella mattina i bambini andarono a scuola senza doversi chiudere il naso per non respirare il gas delle automobili e senza doversi fermare ai semafori. Sembrava che le automobili e tutti gli altri veicoli se ne stessero buoni buoni lungo i marciapiedi. 

Per la verità qualche guaio però i cartelli l'avevano combinato. Dentro la città le automobili  erano contente di essere costrette a riposarsi, la confusione era invecefuori la città, lungo una grande strada c'era una fila che non finiva mai e molti di questi veicoli erano dei grossi autocarri che si lamentavano. Dicevano che avevano da consegnare tanta merce: carne, frutta, latte, e dovevano assolutamente entrare. Un grosso autocarro, per esempio, guardava continuamente l'orologio e borbottava dicendo che quella mattina i bambini sarebbero andati a scuola senza latte.  



 

 

 

 LA LUCERTOLA VERDE.    FOTO lucertola 2 D

 

La lucertola verde si fermò indecisa. Guardò il tratto di strada che la separava dalle erbe. Forse dietro la grossa pietra che la nascondeva c'era il bambino cattivo che le stava dando la caccia. Conveniva rischiare perché lì era allo scoperto. La lucertola si tirò indietro alzandosi sui quattro arti e partì tutta tesa sfiorando il terreno. 

Le si parò davanti un ostacolo e vi sbatté contro. Intuì il peggio, si voltò per tornare indietro e vide, girando come una trottola, pareti lisce e alte ovunque. 

- Non mi uccidere, non mi uccidere! - si mise a gridare disperata con una vocetta stridula, alzando il capino. 

Adesso che era ferma era ancora più lunga e verde. La pancia bianca si gonfiava e si sgonfiava con ritmo frenetico. 

Il bambino, che l'aveva rinchiusa tra le quattro pareti di una grossa scatola di cartone sfondata sopra e sotto, spalancò gli occhi nel sentire quelle parole, poi incredulo si voltò da tutte le parti per vedere chi aveva parlato. 

- Lasciami andare, ti prego lasciami andare!- 

- Ma come, tu parli? - chiese il bambino avvicinandosi con la testa piena di riccioli neri. 

- Sì sì, parlo, ma non mi uccidere, ti prego non mi uccidere! Lasciami andare.- 

La lucertola si era sollevata sugli arti posteriori e sembrava sforzarsi di unire le zampine davanti in atto di preghiera.  AI bambino sembrò che anche gli occhi rotondi della lucertola fossero verdi e che sbattesse le palpebre; ed era vero perché le lucertole hanno le palpebre mobili. 

- Ma com'è che parli? -

- Tu lasciami andare e te lo dico.- 

- Non voglio farti del male. lo tolgo la scatola e tu ti nascondi tra le erbe. Non andar via.- 

- Come! Non volevi farmi del male? Ma tu non sei un bambino cattivo?- La lucertola si vide libera in mezzo alla strada e scivolò tra le erbe; intanto sentiva la voce del bambino che diceva: - Hai visto? Sei libera, ma non andare via.- 

La lucertola, curiosa, si fermò tra le erbe. Il bambino non la vedeva più. - Sei andata via?-

La lucertola non rispondeva. 

Il bambino continuò: - Aspettami, torno subito; ti porto da mangiare.- 

Il bambino si mise a correre verso la casa vicina. Quando la lucertola sentì che si allontanava, uscì sul sentiero e lo vide che correva. Pochi minuti dopo il bambino metteva per terra delle molliche di pane. Guardò attentamente e la vide sotto un ceppo di vite. 

- lo mi metto lontano; tu mangia e stai tranquilla.- 

La lucertola stranamente non aveva più paura, uscì dal nascondiglio, prese una briciola e tornò tra le erbe.

- Mi vuoi dire come fai a parlare? Gli animali non parlano.- 

- Forse lo saprai tra poco. E tu perché volevi prendermi? Volevi farmi del male?- 

- Non lo so. Adesso non ti voglio fare del male. Se vuoi, domani ti porto del latte.-

- Va bene. Allora a domani - e la lucertola scappò via. 

Ogni giorno il bambino portava da mangiare alla lucertola: latte, briciole di pane, a volte dei biscotti, e le diceva che voleva diventare suo amico.

Un giorno la lucertola disse: - Seguimi, ti voglio mostrare una cosa.- 

Erano le prime ore di un pomeriggio caldissimo, quando la campagna esplode sotto il sole e non c'è nemmeno un contadino. Il bambino la seguì. 

Attraversarono un vigneto alto e folto; ogni tanto la perdeva di vista, ed era lei a chiamarlo. 

- Ecco! Questo è il posto che fa per te.-

Il ragazzo guardò intorno e vide rovi carichi di more. Ce ne erano tante, la luce del sole le trasformava, specie quelle alla sommità dei rovi che sembravano tante pietre preziose proprio perché le piccole drupe viste in controluce erano di colore blu trasparente. 

I rovi erano dappertutto; non si rendeva nemmeno conto di come aveva fatto ad arrivarci perché nel mezzo e tutto intorno c'era il vigneto coi riccioli dei tralci più alti e sottili. 

- Prendine una; sentirai quanto sono buone.- 

il bambino colse una mora e la portò alla bocca. Dapprima gustò il sapore acidulo caratteristico del frutto, poi la bocca fu invasa da una dolcezza piena che lasciava soddisfatti. Il bambino prese altre more; erano grosse e carnose e facevano gola. 

Un merlo si alzò in volo verso la vigna; virò di colpo e tornò indietro rasentando i rovi. 

- E che fa un bambino a quest'ora alle more!-

Il bambino sentì questa frase e un po' spaventato, perché pensava di essere solo, girò la testa di scatto, da una parte e dall'altra. 

- Non ti preoccupare - intervenne la lucertola a rassicurarlo - è il merlo che ha parlato. E tu, ora che hai mangiato queste more, comprendi i linguaggi di tutti gli animali.- 

Il bambino l'ascoltava con la bocca spalancata, nera di more. 

- In verità - continuò la lucertola - tu avevi già la predisposizione, perciò hai capito le mie suppliche il giorno che ci siamo conosciuti. Non ero io a parlare la tua lingua ma tu che comprendevi il mio linguaggio. Ero molto spaventata, altrimenti avrei capito che non dovevo temere nulla da te; perché i bambini che hanno la predisposizione a comprendere il linguaggio degli animali non fanno loro del male. Non si tratta di un mio segreto ma di una tua capacità, che adesso hai perfezionato con le more che hai mangiato e puoi andare in giro per la campagna a chiacchierare con la gazza e con il merlo, con il ramarro e con la biscia bianco-nera che ti attraversa il sentiero.- 

Il bambino aveva ascoltato tutto con gli occhi sgranati. 

Le more che aveva tra le dita si scioglievano e macchiavano di rosso scuro le sue mani. 

- Ciao! - disse la lucertola e scomparve. 

- Adesso vorrai tornartene a casa! - Il merlo che aveva «parlato» era a due metri da lui, 

- Seguimi, ti guido io.-

Il bambino pensò che forse stava sognando; invece era tutto vero. 

 

 

 



 

 

Le lucciole e l’angelo inventatutto

 lucciole 3

Tutte le storie che racconto sono vere, questa poi è ancora più vera, anche perché è molto antica. 

Le lucciole, che stavano su un grosso sasso vicino all'angelo, non se ne andavano. Erano mortificate e non riuscivano a volare. - Che c'è? - chiese l'angelo, che era stato mandato nel bosco per inventare gli animali - Abbiamo finito, potete andar via. Le lucciole si guardavano stando sempre con la testa bassa. Alcune fecero segno ad un'altra di parlare, questa si schermiva, ma ricevette una gomitata e allora parlò: - C'è che noi ... noi non serviamo a niente. Siamo piccole e poi ... poi forse siamo pure bruttine. La coccinella, per esempio, almeno è rossa con le palline nere e ha una corazza così ben fatta che sembra una piccola tartaruga volante ... Un'altra lucciola intervenne e si riferiva evidentemente a quello che era stato detto e dato agli altri animali: - Tu sei il più forte, tu sei il più veloce, tu sei il più grosso e tu sei il più bello. Sono state regalate tante qualità ... a tutti, e a noi non è stato dato niente. - Per la miseria! - esclamò l'angelo, spalancando gli occhi - Avete proprio ragione, non vi ho inventato del tutto, vi manca qualcosa. Ma ormai mi sono stancato! - disse passandosi l'ala sulla fronte.   - Sentite - riprese quasi subito -  ci pensiamo in un altro momento, vi dispiace? Troveremo qualcosa; adesso andate, da brave.       Le lucciole a una a una si alzarono in volo e scomparvero tra le erbe alte del bosco. 

Passò parecchio tempo, poi le lucciole ripresero a farsi vedere dall'angelo, ma l'angelo allargava le ali a dire che non aveva pensato ancora a niente. Alla fine non si faceva trovare e i suoi collaboratori dicevano che non c'era, ma le lucciole capivano benissimo che non era vero. D'altra parte il povero angelo non sapeva proprio cosa dire e cosa fare. Dal giorno in cui aveva inventato gli animali s'era tanto stancato che non aveva più idee originali, e adesso questa storia delle lucciole era diventata un'ossessione, perciò, appena lo avvisavano che stavano arrivando, si nascondeva. 

Una notte in mezzo all'erba una lucciola, che non si rassegnava al suo destino e rimuginava un mucchio di cose contro l'angelo, sentì degli strani rumori. Chiamò la compagna che si era già addormentata e le propose: - Senti, c'è qualcosa nel bosco. Andiamo a vedere. - Ma come! Mi svegli? Vai da sola - rispose quella seccata. I rumori però diventarono troppo forti e, visto che non si poteva dormire, la compagna acconsentì: - Va bene andiamo. Spiccarono il volo e uscirono dall'erba. C'era una debole luna, comunque sufficiente per vedere e videro un bambino. - E questo chi è? - Deve essere il piccolo dell'uomo - bisbigliò la lucciola nell'orecchio della compagna. - Anche questo Ã¨ stato inventato dall'angelo? - Non si sa, chi dice di sì, chi dice di no. Pare che esistano angeli più importanti del nostro. Le lucciole si misero a girare intorno al bambino e non capivano che cosa stesse facendo, perciò glielo chiesero. - Piango - rispose il bambino. - E perché piangi? - Perché mi sono perduto. - Ti sei perduto! - esclamò una delle due, preoccupatissima, senza saperne il significato. - E che cosa significa? - Non so tornare a casa e ho paura del lupo. - Del lupo, e perché? - Il lupo è cattivo. - Il lupo Ã¨ cattivo! Chi ti ha detto questa fesseria! Piuttosto prenderai freddo. Devi tornare assolutamente a casa. - Come facciamo ad aiutarlo? - Ci vorrebbe una luce, forse con la luce ritroverebbe la strada. - Mi è venuta un'idea. Tu aspetta qua, io vado dall'angelo. 

La lucciola arrivò dall'angelo in poco tempo. Uno disse: - L’angelo non c'è. - C'è, c'è! Digli che ho trovato io la soluzione. 

Allora l'angelo uscì da dietro l'albero dove si era nascosto. - Ho trovato! - disse la lucciola - regalaci una lampadina! - Una lampadina? - l'angelo si mise a ridere - Tu sei un animaletto, non puoi avere una lampadina.  - Insomma qualcosa per fare luce; tu puoi fare tutto... L’angelo si sedette su un masso e già cominciava a disperarsi.    â€œQuesta storia delle lucciole non finisce mai” pensava. A un tratto batté le ali contento e mosse l'aria al punto che la lucciola si trovò sbattuta a tre metri di distanza. - È vero! - esclamò l'angelo - Si può fare. Vieni qui. Mostrami la pancina. La lucciola lasciò che l'angelo la visitasse e la toccasse, e dicesse tante cose strane di quelle che esprimono gli angeli quando inventano, e si trovò dopo pochi secondi con una pancia trasparente e luminosa che faceva tanta più luce quanto più lei respirava. Era felice, ringraziò l’angelo e mentre spiccava il volo, gridò: - Ti mando tutte le aItre.   - Non è necessario, non ti preoccupare. Avranno glà la pancia illuminata quando arrivi. E saranno impegnate ad accompagnare il bambino! - rispose l'angelo divertito, anche perché si era liberato da quell'incubo. 

La lucciola tornò dove aveva lasciato le compagne e il bambino e infatti trovò che le lucciole erano tutte Iì, le sue amiche e tante che conosceva di vista e altre che non conosceva per niente. Avevano tutte la pancia piena di luce e si davano da fare a illuminare il bosco, muovendosi fra gli alberi.   Fu facile così per il bambino trovare la strada di casa.      

 

 

02. 10. 22

 



 

 

Le antenne che volevano toccarsi

 Antenne 2

Erano state installate da poco, nello stesso giorno, ma erano distanti l'una dall'altra. Per le antenne la distanza ha poca importanza, perché comunicano in un modo del tutto particolare. Possono stare a migliaia di chilometri e farsi ugualmente i discorsi che vogliono senza alzare la voce. Però stare proprio vicine vicine, quasi a contatto dei tubi, è un'altra cosa! 

Tutte le altre antenne sulle terrazze stanno ammucchiate, strette strette, e quando c'è vento si divertono un mondo. Che emozione stare lì lì per toccarsi! E poi quando si toccano che pensieri originali, quali messaggi nuovi riescono a scambiarsi! Ecco, le due antenne giovani che stavano da poche settimane sulla terrazza di quel palazzo immenso, queste cose non potevano provarle. Sapevano che tutte le altre antenne stavano insieme, captavano i loro messaggi quando si divertivano, mosse dal vento, e per forza dovevano invidiarle: loro erano così lontane l'una dall'altra! Distavano una ventina di metri e si captavano pure male, perché sulla terrazza c'era una piccola costruzione, che era l'ingresso alle scale interne, e poi c'era pure un comignolo e una 

delle due antenne era stata installata proprio dietro il comignolo. Non che fossero tristi, comunque si erano stancate di trovarsi in una situazione diversa dalle altre. E poi, quando si è lontani, succede che si comunica di malavoglia... ma insomma non era questo il problema, il fatto è che a loro era venuta voglia di giocare come le compagne delle altre terrazze.  

Ci si misero pure i gatti quella sera! 

Era una di quelle sere di primavera, quando i gatti salgono sui tetti e il cielo è pulito e la luna è tanto grande che sembra sedersi sopra le case.  

L'antenna che stava vicino al comignolo captò alcuni messaggi e non capiva di chi fossero. Non erano certamente programmi che stava trasmettendo all'apparecchio televisivo cui apparteneva, e non erano nemmeno messaggi delle altre antenne, né di quelle degli altri palazzi né di quell'altra poverina che stava lì, all'angolo della terrazza.  

«Senti che profumo nell'aria? Mi sento rimescolare tutta». 

«Anche io e poi i tuoi miagolii sono dei suoni così dolci che mi viene voglia dl baciarti». 

«Come sei gentile e carino; oh non mi carezzare così». 

«Allora ci baciamo?» 

«Sì, baciamoci».  

L'antenna che captava ebbe voglia di piangere. Si mise a meditare sul fatto che nel mondo ci sono degli esseri che comunicano con i suoni e con le carezze; doveva essere una cosa molto bella! E ricordò che le antenne degli altri palazzi erano felici quando si toccavano. 

- Hai proprio ragione, deve essere una cosa molto bella. 

Si era inserita nei suoi pensieri la compagna che stava sulla terrazza, e allora le rispose con una voce lamentosa: 

- Sapessi!. .. Ho captato alcuni messaggi. .. 

- Li ho captati anch'io. 

- Devono essere proprio vicino a me, li capto distintamente, non so chi siano, però si dicono delle cose con i suoni, e pare che siano dei suoni molto dolci. .. 

- E si toccano pure come fanno le altre antenne quando c'è vento. 

La prima antenna avrebbe dato chissà che cosa per aver anche un occhio solo e poter piangere. Si sentiva tutta elettrizzata nei tubi. Allora l'altra, quella che si era inserita, che era più decisa e sicura di sé, alzò il pensiero e le disse: 

- Facciamo una cosa, invece di stare a lamentarci. È vero che abbiamo il compito di stare ferme per trasmettere le immagini ai televisori, però chi ci ha messo così lontane ha fatto una cattiveria. 

- E vero, è vero, è stato cattivo - pensò disperatamente l'antenna del comignolo. 

- Ho io la soluzione. È semplice. Si tratta però di disubbidire. Stacchiamoci. Con un po' di sforzo ce la facciamo e saremo libere. 

- E poi non trasmettiamo più! Oh! E che succederà? 

L'antenna del comignolo aveva quasi paura, e l'altra la rassicurò. 

- Ci sarà solo un po' di confusione; i cavi sono abbastanza lunghi, non temere. 

- E poi. .. poi che facciamo? 

- Ci incontriamo a metà strada e ci tocchiamo. 

- Oh ci tocchiamo! - emise delicatamente l'antenna. 

Così fecero. Cominciarono a dondolarsi per liberarsi dall'anello che le tratteneva e appena poterono schizzarono via. 

Quella che stava vicino al comignolo fu facilitata perché poteva appoggiarsi, l'altra rischiò di precipitare dal palazzo, ma non si accorse del pericolo che aveva corso perché era molto contenta.  

Le antenne ondeggiando cominciarono la traversata del pezzo di terrazza che le separava.  

Le antenne camminano raramente, però quando camminano non saltellano, come verrebbe naturale a chi ha una gamba sola, si muovono lentamente ondeggiando e girando, come per disegnare a terra con la punta dell'asta tanti cerchietti. 

 

Appena si mossero, le immagini al Video arrivarono sfocate, a loro però non importava. E chi pensava più alle Immagini, erano così emozionate! Tra poco, pochissimo, e si sarebbero toccate. Proprio in quel momento uno dei proqrammi che trasmettevano, manco a farlo apposta, era un valzer lento e in sordina. Allora la più decisa volle imitare le Immagini che a volte captava per il video

- Vuoi ballare? - disse 

- Oh, sì!

Si toccarono e i tubi fremettero. SI abbracciarono quel tanto che permettevano i bracci orizzontali e ripresero, questa volta insieme, a muoversi dondolando. 

Nei due appartamenti dove c'erano i televisori accesi le immagini sullo schermo impazzirono. Chi vedeva il primo programma improvvisamente si trovò spostato sul secondo, poi ecco venire le immagini del primo e del secondo insieme ... stranissimo... Che fanno le antenne questa stasera? Sarà il vento? 

Le antenne erano felici, si dondolavano strette strette e sentivano un formicolio  mai provato sulla superficie dei tubi, come se ci passasse la corrente elettrica. 

I gatti dietro al comignolo a quello spettacolo rizzarono i peli. 

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Anemone e primula 3  

 

 

Il fiore che voleva correre sul prato

Era una primula e stava tra le fessure di una grossa pietra sul pendio di una montagna, compagni erano due anemoni. Sotto di loro c'era un prato verdissimo pieno di fiori. Man mano che i giorni passavano il prato lievitava; l'erba si gonfiava, più alta, più folta, e sempre di più erano i fiori. La primula dal suo posto di osservazione vedeva ogni mattina nuove forme e nuovi colori. L'anemone, il più alto e robusto, spiegava e diceva che quello era un tulipano, quell'altro un rododendro, e queste vicine le viole e poi laggiù le pratoline. 

All'inizio la primula ascoltava interessata le cose che diceva l'anemone più vecchio, poi cominciò a rattristarsi. Il prato col passare dei giorni era sempre più bello e mentre l'amico parlava, lei meditava sul fatto che il suo destino era di starsene sulle rocce. Avrebbe voluto tanto invece essere immersa in tutto quel verde! 

«Tu non mi ascolti! A che pensi?» chiese l'anemone sorprendendola assorta. 

«A niente» sospirò la primula. 

Dopo qualche giorno l'anemone cominciò a sospettare qualcosa e allora senza chiederle più niente, parlando come sempre alla primula e all’altro più giovane anemone, cominciò a dire: «Sono tutti belli e sembrano protetti dalle alte erbe, quei fiori laggiù, ma noi siamo più fortunati. Stando qui tra le rocce, cresciamo forti e resistenti, e poi in realtà qui siamo al sicuro. Eh sì, perché quei fiori rischiano di essere calpestati o strappati dagli animali o dalla gente che passa. Noi invece siamo quasi irraggiungibili». 

L'anemone giovane e specialmente la primula erano attentissimi e ascoltavano. La primula era quasi incredula. Infine domandò: 

«Stai parlando sul serio?» 

«Certo. Vedrai che noi rimarremo qui sulla roccia più a lungo.»

«A parte il fatto che qui siamo al sole, al vento e all'umidità, mi sembra che stare tutti insieme a mucchi, spuntare fuori dalle erbe, sia un'altra cosa. A me piacerebbe tanto…»

L'anemone, visto che non era riuscito a toglierle la tristezza, provò con un altro discorso. Disse: 

«Beh, ma non bisogna per questo essere tristi tutta la vita, anche perché si può fare tutto quello che si vuole, per esempio cose contrarie alla propria natura, correre per il prato, sfiorare le erbe come una farfalla.»

«Tu mi prendi in giro.» 

«No! Non ti prendo in giro.» 

«E come posso fare a correre per il prato!» 

«Lo scoprirai da sola prima o poi, io non te lo posso dire, è una cosa personale.» 

Passarono i giorni e venne l'estate. L’erba era arrivata fin quasi al piede della roccia ed era un manto foltissimo e profondo. I fiori, anche solo quelli vicini, erano centinaia ed erano di tanti colori che a guardarli si rimaneva storditi. Persino la notte, quando c'era la luna grandissima nel cielo, si distinguevano. 

La primula non era più triste come le prime volte quando pensava al prato, forse ciò che le aveva detto l'anemone l'aveva tranquillizzata. Il suo desiderio però era sempre vivo e aveva fiducia che si sarebbe realizzato in qualche modo.  

La prima sera che venne la luna, chiacchieravano più del solito e non si stancavano di commentare le cose belle che vedevano: la luce bianca che sembrava di latte, i contorni precisi del bosco lontano, il luccichio delle rocce più in alto. 

La primula si svegliò che c'era un sole bianco tanto era forte e un silenzio che non aveva mai avvertito nella valle. Guardò gli anemoni, erano rintanati nelle fessure come se dormissero ancora. D'un tratto si rese conto che aveva piedi e gambe. Le radici erano lunghe gambe con le quali correre veloce, e poi ancora: ebbe la netta sensazione che i petali fossero ali! Li mosse e vide che si sollevava. Si spaventò e tornò nella fessura. Aspettò, quindi si fece coraggio: «L'ho sempre desiderato - pensava - e adesso mi lascio prendere dal timore?». 

Mosse i petali con forza, come aveva visto fare le farfalle, e si sollevò di parecchi centimetri. Non ci credeva: si era veramente staccata dalla roccia? Sì. Allora fu sicura di essere pazzamente felice e si lasciò andare sul prato.

Approdò su una grossa foglia puntando le radici sottilissime; si guardò intorno. Tutti dormivano. Eppure, il sole era forte. 

Che bello, che bello! Aiutandosi con i petali che la tenevano un po' sollevata, volava e correva, perché poggiava le radici sulle erbe. Passava vicino ai fiori e vedeva che erano bellissimi: colori mai visti, da lontano erano diversi. Si posò sui fiori, come una farfalla, e sperava che si svegliassero, ma tutti dormivano. 

Volando, guardava dentro l'erba e vedeva che era tanto alta che appena si vedeva il fondo. Eppure di luce ce n’era! Qualcosa le diceva di non penetrare dentro le erbe che poteva essere pericoloso, e perciò si sollevava e volava sfiorandole appena. A un certo punto vide proprio sul fondo due fiorellini piccoli piccoli e le sembrava che fossero svegli. Perciò, senza pensarci, si calò dentro il verde. Fu facile; arrivò e si accorse che anche quei fiorellini dormivano; erano molto belli, forse erano due pratoline. Mosse i petali per risalire, ma si trovò impigliata con le radici e con lo stelo tra le erbe. 

«Lo sapevo, lo sapevo» cominciò a pensare terrorizzata e avrebbe voluto picchiarsi. Più si dibatteva e più diventava difficile districarsi. Voleva tornare sulla sua roccia e invece non c'era niente da fare. La primula si disperava e si dibatteva e alla fine ... si svegliò. 

Come si rassicurò quando si vide bene incastrata nella fessura della sua pietra! Era un sogno e rise divertita tanto che svegliò gli anemoni. 

«Che succede?» disse il più vecchio. 

«Sono stata sul prato, correvo e volavo» rispose raggiante, muovendo i petali come fossero ali. 

«Bene. Hai visto? Si può fare tutto quello che si vuole.» 

«Sognare è una cosa meravigliosa. Però ero rimasta impigliata tra le erbe.» 

«Sognare a occhi aperti, fantasticare, è ancora più bello. Non rimani impigliata, stai più al sicuro.» 

«È vero!» esclamò la primula. «Allora adesso con la fantasia me ne torno sul prato.» 

Così fece. Si rannicchiò nella fessura, anche per ripararsi dal sole che già batteva duro, e si mise a fantasticare. Scendeva sui fiori e li baciava. E i fiori chiedevano: «Ma chi sei, una farfalla?», rincorreva le farfalle e le farfalle dicevano: «Ma chi sei, un fiore?» «Sono un fiore che corre sul prato» rispondeva e rideva perché le erbe volevano afferrarla e non riuscivano a prenderla. 

 

 

 

 

 

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da MERCANTE DI FANTASIA      (qui trovi anche) 1- Tra le brioche dell'orco    2- L'alluce e il mignolo  3- La storia di Frisbi e Gizzi e di quelli come loro

racconti per bambini e per adulti - audiolibro di Maurizio Mazzotta - edizioni L'Officina delle parole

Editore del formato elettronico: YOUCANPRINT

si trova in AUDIBLE - audiolibri - costo 2,95

ascolta l'estratto   in AUDIBLE

leggi al termine di questo racconto altre informazioni

 

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La storia di Frisbi e Gizzi e di quelli come loro 

Frisbi e Gizzi e quelli della loro razza vivevano felici e davano allegria a tutti gli altri che abitavano i boschi insieme a loro. Erano come gli uccelli, ma molto diversi; erano come gli scoiattoli, ma non proprio; erano come i leprotti, con tante differenze. Frisbi e Gizzi e quelli della loro razza per sei mesi dormivano e per sei mesi stavano svegli. Appena si svegliavano, tutti nel bosco battevano le mani. Erano acrobati, danzatori, mimi, cantautori e musicisti. La vita nel bosco cambiava, diventava un continuo spettacolo, come un film che non finisce mai e che è tanto divertente. Spesso altra gente veniva dai boschi vicini ad applaudirli. Frisbi e Gizzi e quelli come loro davano spettacolo soprattutto grazie alla loro coda veramente straordinaria. Si poteva allungare senza alcun limite. Diventava un pochino più sottile, ma non era un problema. Inoltre si irrigidiva e diventava una specie di sentiero peloso. Infine era prensile. La parte terminale era dotata di un muscolo che si attorcigliava, si aggrappava, si agganciava a qualsiasi superficie. Con questa coda si può immaginare quante prodezze Frisbi e Gizzi e tutti gli altri erano capaci di compiere per terra, sugli alberi e in aria, dove prima si costruivano il sentiero e poi ci correvano sopra per approdare magari sulla cima di un albero altissimo. Solo ad una persona del bosco erano antipatici: alla strega Malì, che aveva un grande naso e che per sei mesi si lamentava perché per colpa loro dormiva assai male. E un giorno accadde qualcosa di tremendo. 

Uno degli amici di Frisbi e Gizzi che non ci vedeva tanto bene, e non portava gli occhiali, lanciò su un albero la sua coda che si aggrappò purtroppo al lungo naso della strega Malì, che dormiva appollaiata su un ramo. Quel disgraziato, che non si era accorto di ciò che aveva fatto involontariamente, si mise a correre cantando a squarciagola e a dieci centimetri dalla faccia della strega si arrestò terrorizzato, ammutolito e con la bocca spalancata. Anche la strega aveva la bocca spalancata, perché non riusciva a respirare col naso tappato dalla coda e faceva veramente paura, senza dire che oltretutto le puzzava l'alito. 

- Brutto mostriciattolo! Maledetto tu e la tua razza! -

Si mise a urlare la strega, appena ebbe libero il naso: - Possiate soffrire il mal di mare per sempre!- 

Frisbi e Gizzi e tutti gli altri smisero immediatamente di dare spettacolo, temevano il mal di mare come la peste e poteva accadere correndo sulle loro code molto flessibili. Da quel giorno il bosco cadde nel silenzio e nella tristezza. Passarono settimane. Così non si poteva continuare, mormoravano tutti. Ma come fare!? Qualcuno suggerì di interrogare il vecchio merlo della quercia solitaria e Frisbi e Gizzi vi si recarono. Il merlo, che era saggio, disse:

- Non ne sono certo, forse questa maledizione la può eliminare il mago Tuttofò, che vive nella contrada di Laggiù

Frisbi e Gizzi parlarono a tutti gli altri e dichiararono la loro volontà di andare a cercare il mago!__ 

Si misero in cammino, usando la coda assai di rado. Viaggiavano per sei mesi all'anno ininterrottamente, gli altri sei mesi dormivano. Erano tre anni e quasi sei mesi da che erano partiti, quando si svegliarono, come al solito, tra i rami di un albero maestoso. Frisbi aprì gli occhi e vide tanta acqua ai piedi dell'albero. Si erano sistemati su quel pino solitario sei mesi prima e il lago non c'era. Il lago era conseguenza di una inondazione perché il fiume vicino era straripato e loro che dormivano si erano salvati perché erano saldamente ancorati sui rami in alto. Svegliarsi su un albero nel bel mezzo di un lago in altri tempi non sarebbe stato un problema. Frisbi aprì gli occhi del tutto al ricordo della strega. Scrutò il cielo. Dietro il monte spuntava una nuvola nera. Si mise a scuotere il compagno. 

- Gizzi svegliati. Dobbiamo andarcene. C'è una brutta nuvola che ci spia. -

Gizzi si svegliò, guardò nella direzione indicata, non disse nulla e si alzò. Puntarono le code verso un eucalipto, che era a cinquanta metri. Le code in breve tempo raggiunsero l'albero e vi si aggrapparono. Misero le zampette sulla loro stessa coda e avanzarono molto lentamente. Non dovevano oscillare perciò ci misero tempo per arrivare sull'eucalipto. Dall'eucalipto passarono su una quercia dopo una mezz’ora  di traversata. Quando però misero piede sulla quercia, il sole non c'era più e nemmeno il cielo. Solo nuvole nere, basse e minacciose. 

- Facciamo sosta qui. - Dissero tutti e due terrorizzati all'idea che poteva sorprenderli una bufera sull'ultimo tratto, che era il più lungo. Uno sbattere d'ali richiamò la loro attenzione. Un uccello grande quanto un aeroplano stava approdando sull'albero. 

- Non vi preoccupate, io sono buono. Sono un messaggero del mago Tuttofò e ho una cosa assai importante da dirvi. Dovete affrontare una grande prova. Dovete compiere quest'ultima traversata in mezzo alla bufera che sta per arrivare. Se supererete la prova, vi porterò dal mago che vuole conoscervi. Questo è tutto e me ne vado. Vi aspetterò sul cipresso laggiù. - 

Senza attendere risposta, sbatté le ali e prese quota. Frisbi e Gizzi si guardavano negli occhi senza parlare; in realtà si dicevano tante cose. Si dicevano: 

Torneremo come prima, dài coraggio! Sì, ma hai visto che nuvole? Salveremo il nostro popolo e noi stessi. Sì. ma riusciremo? 

Frisbi e Gizzi si alzarono. Allungarono le code, che si posarono sul cipresso dopo dieci minuti e si attorcigliarono saldamente a un ramo robusto.  Appena misero piede sul loro personale sentiero scoppiò il tuono e avevano lasciato la quercia a pochi metri, quando si alzò un vento furioso. I loro sentieri, cioè le loro code  oscillarono paurosamente. Frisbi chiamò Gizzi e Gizzl chiamò Frisbi. Erano due lamenti. Tuoni, lampi, pioggia torrenziale: in breve sembrava di stare dentro il lago e non sopra. Venti da destra e da sinistra li sollevavano e li lasciavano sprofondare come sulle montagne russe. Cercarono più volte di prendersi per mano, ma uno veniva sbattutto a destra, l'altro a sinistra, uno andava su, l'altro andava giù. Stavano peggio di cento bambini su una nave in balia delle onde. Procedevano lentamente perché non avevano la testa di capire che tanto valeva mettersi a correre. Quando hai il mal di mare lo stomaco va al cervello, la pancia sotto i piedi, la testa vorresti non averla. Approdarono sul cipresso e il loro colorito, di solito marrone, era giallo. L'uccello li raccolse. 

- Facci riposare un poco. -

- Ho gli stabilizzatori. State tranquilli. -

Stremati, sul dorso del volatile dalle ali sicure, volarono verso il castello del  mago Tuttofò. Frisbi e Gizzi furono ricevuti, conobbero il mago gentile e cortese, che dette loro una pozione e li rimise in sesto, mentre non finiva mai di congratularsi. 

- Domani partirete. Tornerete dalla vostra gente e sarete accolti come trionfatori.- 

Il giorno dopo, riposati, freschi, senza nemmeno il brutto ricordo, in groppa all'uccello, arrivarono sopra i boschi di casa loro in un battere d'ali. C'erano tutti ad aspettarli; c'erano anche gli altri abitanti della foresta. Mancava soltanto la strega Malì. E i festeggiamenti durarono sei mesi.

       FRISBI E GIZZI FOTO 4

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Tra le brioche dell’orco

 

Era una bambina così dolce e gentile che la chiamavano Pandimiele. 

Però Pandimiele dava molte preoccupazioni ai suoi genitori. Una, per esempio, che era troppo piccola, e quando si addormentava da qualche parte non riuscivano mai a trovarla. Un'altra, più seria, che era molto curiosa, e appena trovava una porta aperta la infilava, piena di tanta voglia di conoscere e scoprire. Dovevano stare perciò molto attenti a non lasciare aperta la porta di casa, Invece un giorno proprio questa porta era rimasta socchiusa e Pandimiele si affacciò sulla strada. 

Così si mise a camminare. Per fortuna era domenica e c'era poco traffico. 

Ogni volta che vedeva una porta aperta l'attraversava. Così vide dei palazzi, dei cortili, così pure le capito di entrare In un'automobile che stava per partire.  Siccome si era stancata e i sedili erano soffici e tiepidi, si addormentò e l'automobile la porto molto lontano.  Quando Pandimiele si svegliò aveva dormito proprio tanto e lo  sportello dell'automobile era di nuovo aperto, ovviamente  uscì e si trovò sopra l'erbetta tenera di un meraviglioso giardino, pieno di piante e fiori che non aveva mai visto nemmeno alla tivù. Camminò e camminò, finché non si perse in questo giardino straordinario che non finiva mai. Era attratta da tutto ciò che vedeva e camminò per tutto il giorno e quando fu notte, dal momento che era buio e si vedeva poco, si addormentò in un posto morbido e profumato. Non se n'era accorta: si era arrampicata su un'enorme cesta piena di brioches. Fu così che la mattina andò a finire nel caffellatte di un orco che per distrazione, o perché assonnato, l'aveva scambiata per una pasta dolce. 

Per fortuna l'orco la inzuppò, come in genere si fa, così lei si svegliò e andando incontro alla bocca spalancata dell'orco capì subito cosa le stava accadendo e si mise a gridare: 

- Non mi mangiare, non mi mangiare!- 

L'orco sbalordì. Fissava Pandimiele che grondava di tiepido cappuccino da tutte le parti. 

- Come! Le brioches parlano? - 

disse con un sussurro, quasi spaventato. Gli orchi sono molto forti e molto intelligenti, però ragionano al rallentatore. Insomma ci vuole un bel po' prima che comprendano una situazione nuova e improvvisa. Questo orco, che era il proprietario della villa, era conosciuto e amato perché era molto buono, adesso era veramente preoccupato, anche se aveva fame, e continuava a guardare Pandimiele, anzi si mise a passarla da una mano all'altra e a girarla da tutte le parti. 

- Sono una bambina - 

diceva lei, magari con la testa in giù 

- e mi chiamo Pandimiele -

- Allora dicevo bene io ... sei proprio una pasta dolce, posso mangiarti - 

concluse convinto l'orco sentendo che si chiamava Pandimiele e trascurando il fatto che stava parlando. 

- Ma no! Ti ho detto che sono una bambina. Non senti che sto parlando? E se mi metti sul tavolo, ti faccio vedere che cammino - 

L'orco cominciò a capire e la posò sulla tavola imbandita. Pandimiele, che adesso sentiva tutto il fastidio delle vesti appiccicate, cominciò a muoversi senza molta disinvoltura tra le posate e i piatti. 

- Dimmi dove vuoi che vada, cosa vuoi che faccia - 

L'orco era rimasto imbambolato, col faccione piegato e la bocca aperta.

- Vai fino alla brocca laggiù, ora arriva fino aìla zuccheriera, vieni qua. Torna laggiù - 

Fece una pausa di riflessione. Pandimiele che aveva preso al volo un enorme fazzoletto di carta, cercava di asciugarsi.

- Come ti chiami?- 

- Pandimiele ma non sono una brioche -

- Vedo vedo. Vedo che sei una bambina. Eh, lo dicevo io! Se parli...Però sei una bambina molto piccola, sì mi sembri molto piccola –

Quell'orco era particolare, più i bambini erano piccoli più lo intenerivano, e questo Pandimiele lo capì guardandolo negli occhi che diventavano pur chiari e acquosi. 

- Mi vorrei lavare - 

- Certo, certo! Qui c'è l'acqua tiepida per il the. Ficcati dentro ... anzi aspetta ... ti aiuto io ... -

L'orco la prese e la infilò nella teiera. Pandimiele ebbe paura di affogare ma subito sI accorse che appiedava. 

- Raccontami ti prego come sei arrivata tra te mie brioches - 

La bambina gli raccontò tutto: cominciò a dire chi erano il babbo e la mamma, che era capitata dentro un'automobile e che adesso non sapeva dove stava né quanto era lontana da casa. Disse pure che i suoi genitori senz'altro erano in pensiero non trovandola. 

- Bisogna subito avvisarli, mettersi in contatto con loro - 

L’orco si stava preoccupando sinceramente e si alzò perché non c'era un minuto da perdere. Si stava già allontanando quando sentì dire: - E io!?- 

 - Ah già! - l'orco ritornò, tolse delicatamente Pandimiele dalla teiera, l'avvolse nel tovagliolo, curando che la testa rimanesse fuori, e la mise nel taschino della giacca, sistemandola alla meglio.

Da quella posizione, sentendosi sicura, comoda e pulita, Pandimiele tornò la bambina curiosa che era, e guardava attentissima tutto. Vide gli alberi grandi e gli uccelli sui rami e un castello dalle sette bellezze che era la casa dell'orco. 

L'orco la colmò di regali e la spedì dai genitori. Lei però dovette promettergli che sarebbe tornata spesso a fargli visita. 

- Manderò il mio autista a prenderti. Così qualche domenica mi fai compagnia e facciamo colazione insieme - gridò l'orco, mentre l'automobile si allontanava sul viale per portare Pandimiele dal babbo e dalla mamma.

orco e pandimiele 2  

          

08.02.2022 

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L’alluce e il mignolo

 Lite in punta di piedi

 

Una sera, mentre un bambino dormiva nel suo letto, accadde qualcosa di straordinario tra le dita del suo piccolo piede.

Cominciò l'alluce. Alzò la voce e disse:

- Compagni, siccome io sono il più grosso, voi mi dovete ubbidire. Da questo momento il capo sono io. -

I compagni si stavano addormentando: capirono e non capirono, perciò a quella frase seguì un silenzio assoluto. Per la verità l'alluceaveva atteso quel momento proprio perché voleva approfittare degli attimi in cui i compagni sarebbero stati tra la veglia e il sonno e non avrebbero reagito ribellandosi. Intanto però erano in grado di sentire e di capire, e si sa come accade: o si reagisce subito o si finisce per accettare. Proprio in questa maniera tanti alluci sono diventati capi prepotenti e lasciano ai loro compagni poco spazionella scarpa. Per fortuna il silenzio non durò a lungo e qualcuno rispose.

Il mignolino, che aveva i riflessi evidentemente più pronti di quelli dei compagni, ed era anche il piùardito e il più deciso, capì che bisognava reagire subito e dette uno scossone al quarto dito che gli stava a fianco:

- Sveglia sveglia! Sveglia anche gli altri - gli bisbigliò nell'orecchio; poi quando fu sicuro che erano tutti all'erta (un minimo di prudenza doveva averla perché l'alluce era molto grosso), si sbrigò a parlare per primo. Voleva dimostrare di essere coraggioso e di essere un difensore della libertà. La sua voce era sottile, ma stridula e violenta per la rabbia:

- Che hai detto tu? - disse con arroganza e sfida -  Ãˆ vero che sei il più grosso, però sei pure una cacca. -

Quest'ultima parola destò sorpresa e curiosità, perché era la prima volta che veniva usata in una discussione tra le dita del piede di un bambino. I bambini la usano spesso quando si rivolgono alla mamma per determinate faccende, ma le dita del piede Ã¨ difficile che la usino. E quindi i compagni non capirono molto bene il significato, ma furono certi che era un'offesa per il modo in cui era stata pronunciata. L'alluce già si preparava a dare una lezione al mignolino quando sentì qualcuno che interveniva. Il quarto dito non aveva una forte personalità, raramente prendeva l'iniziativa, per esempio si muoveva quando si muovevano gli altri, parlava quando parlavano gli altri. Spesso se ne stava schiacciato tra il terzo dito e il mignolo, il quale anche se era più piccolo si faceva sentire. Il quarto dito parlò, ma si limitò a dire:

- Già, proprio vero, guarda un po'! -.

Bastò questa frase a trattenere l'alluce dal colpire il mignolo con una manata sulla nuca. Quando peròsi rese conto che a parlare era stato il quarto dito, alzò di nuovo il braccio alle spalle dei compagni per calarlo rabbiosamente sul collo del mignolo, ma la voce del terzo dito lo trattenne definitivamente, e il mignolo, che pure non se ne era accorto, la scampò bella.

Il terzo dito, che era uno sicuro del fatto suo e spesso si metteva contro i compagni più grossi, disse:

- Brutto approfittatore - e la sua voce era senz'altro molto più robusta di quella degli altri due - d'ora in avanti sarai messo in minoranza e isolato. Non sarai più uno di noi. Così impari ad avere certe idee. Come ti sarà saltato in mente poi! ... -

Ed ecco la voce del secondo dito, ancora più grossa, quasi quanto quella dell'alluce. Il secondo dito pronunciava le parole lentamente, come gli uomini forti e sicuri, ma anche un po' presuntuosi. Disse:

- Tu sei un traditore. lo ho capito subito cosa avevi in mente ed ero pronto a fermarti. E adesso, io che sono il più grosso dei compagni e quindi sono il loro capo, ti dico .... -

- Che hai detto tu? - saltò a gridare, con quanta voce aveva, il mignolino inviperito, al quale non piaceva sentir parlare di capi: - Ãˆ vero che sei il più grosso, però sei pure una cacca. -

- Eccone un altro - fece eco il quarto dito, come a dire che la gente si monta facilmente la testa. 

Il secondo dito stava per saltare addosso al mignolino, ma fu trattenuto dal terzo dito, che disse:

- Tu non fai niente a nessuno, abbassa l'unghia. Che vi succede stasera? Qui fate i conti con noi tre e va a finir male se non la smettete. Per fortuna ci sono io, che sono grosso e sono il capo e... -

- Che hai detto tu? - gridò isterico il mignolino, alzando i pugni contro il terzo dito e senza rendersi conto che così facendo rischiava molto per sé e per il quarto dito. Quest'ultimo infatti capì come sarebbero andate a finire le cose, ebbe paura e si accucciò sotto la pianta del piede. 

Il mignolino, da incosciente, continuava a urlare al modo solito, offese pure il terzo dito e ricevette un pugno sul naso. Il pugno sul naso del mignolino fece degenerare la contesa in una lite furibonda. Il mignolino ricevette un calcio nel sedere dal secondo dito e un pugno in testa dall'alluce e andò a finire sotto il quarto dito. Gli altri tre rimasero sul campo a dimenarsi e a suonarsele come venivano, e tanto fecero che svegliarono il bambino.   

 

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daLL'AUDIOLIBRO   mercante di fantasia

Titoli: Lite in punta di piedi; Una notte in terrazza; Prodigi tra le more; Tra le brioche dell’orco; L’angelo inventa-tutto; L’alba della rivoluzione; Sogni a occhi aperti.

    Personaggi: le dita dei piedi di un bambino, lucertole e lucciole, bambini e giganti buoni, fiori che sognano, cartelli stradali, antenne della televisione.

    Temi: attenzione ai prepotenti, rispetto per la natura, curiosità e avventura, inquinamento, forza della fantasia

suggerimenti ai genitori su come utilizzare questo audiolibro

 - La fantasia si nutre stando attenti ai particolari, nel caso di un audiolibro suggerire ai bambini di stare attenti alle voci, alle intonazioni, alle pause, ai rumori, ai suoni per immaginare i personaggi e l’ambiente dove si svolge il racconto.

- I genitori dovrebbero educare i bambini all’ascolto ascoltando insieme a loro almeno la prima volta. Meglio se c’è una seconda e una terza, in cui genitori e figli fanno a gara a individuare le cose ascoltate e quelle non ascoltate e a stimolare deduzioni, poi valutazioni e conclusioni.

 

INS 16.10.16

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