Letture di Mirella

 

La casa dell’incesto di Anaïs Nin

traduzione di Maria Caronia  - Feltrinelli, Milano 2008, p.86

 

Notizie sull’autrice

Anais Nin (Neuilly-sur-Seine, 21 febbraio 1903 – Los Angeles, 14 gennaio 1977) inizia a scrivere all’età di 11 anni dopo l’abbandono del padre Joaquin Nin, pianista originario di Cuba. Si trasferisce con la madre e i suoi fratelli a New York e giovanissima sposa Hugh Parker Guiler. Rimarrà accanto al marito fino alla morte nonostante le relazioni adulterine e un secondo matrimonio poi annullato. Nel 1929 giunge a Parigi e qui ha la possibilità di incontrare artisti, poeti, scrittori come Henry Miller. Rimane incantata dalla rudezza di quest’uomo e dalla bellezza straordinaria e carismatica di sua moglie June Mansfield con la quale intreccia una relazione amorosa, narrata poi nei suoi Diari. Nel 1986 è pubblicato il libro “Henry and June. From a Journal of Love: the Unexpurgated Diary”, un libro basato su frammenti estratti dai suoi diari, dove racconta del suo matrimonio e dell’incontro con June .

Il suo animo inquieto la spinge verso la psicoanalisi, ed è subito sedotta dal fascino di Otto Rank studente di Freud. Ben presto però si annoia della psicoanalisi e decide di abbandonarla per la scrittura. Il suo rapporto con la sessualità è stato sempre molto controverso e per questo decide di raccontarsi senza veli nei suoi famosi Diari. Tra le sue opere La casa dell’incesto (1936) è l’opera più surrealista e più difficile da interpretare. 

 

 

Aprire il libro, leggere le prime pagine de La casa dell’incesto è come ricevere un pugno in faccia.

Anaïs Nin inizia a scrivere questo libro  al mattino. Al risveglio. Non dolce, lento, materno, uterino. No, niente affatto! È un risveglio acre, doloroso. “Ho sputato il mio cuore” (pag 11).

Leggo ripetutamente il primo paragrafo. Sono pietrificata. Senza fiato. Come se avessi, io, sputato il mio cuore. E poi cosa significa “Sputare il proprio cuore”? Liberarsene? Cancellare ogni traccia del suo sentire, del suo battito? O liberarlo finalmente dalla morsa delle convenzioni e lasciarlo libero di cantare?

Ritorno indietro, alle prime pagine in cerca di una prefazione. Non esiste. Solo una postfazione. Bene, mi dico. Non sovvertiamo l’ordine. Se c’è una postfazione ci sarà pur una ragione. Riprendo da dove avevo lasciato. Continuo a leggere e un’altra immagine desta la mia curiosità e il mio stupore: la quena.

La musica della quena, strumento musicale fatto con le ossa umane, in grado di sprigionare un suono più suadente, più travolgente dello stesso flauto o della siringa. Svegliarsi all’alba e iniziare a comporre. Sputare il proprio cuore: liberarsi di quel nodo che afferra la gola e ti soffoca. Sputare il proprio cuore: scrivere. Questo decide di fare Anaïs non appena si sveglia. L’alba. Il mattino. La luce dopo il buio. La consapevolezza dopo il sogno. Usa il suo strumento. La quena. Cerca di far sprigionare da questo strumento antiche struggenti melodie che appartengono all’universo. Lei vuole raccontare il suo amore. Ma non vuole aspettare che il suo amore muoia. La quena che lei usa è quella del verbo, della parola. Struggente e penetrante allo stesso modo.

Il libro di Anaïs Nin non è facile da leggere. Come ogni opera surrealista richiede una sinestesia dei sensi, liberati dai vincoli della ragione e lasciati liberi di afferrare quelle nuance, allusioni, segni e simboli impossibili da decodificare razionalmente. Ebbene, il viaggio che si intraprende è un viaggio tortuoso, a volte illuminato da alcune parole chiave, spesso oscurato da rimandi, da incastri di parole e immagini che confondono e imbarazzano il lettore. È come viaggiare attraverso quadri, dove i colori non sono i colori che abbiamo imparato a riconoscere, dove gli ambienti sono estraneamente conosciuti, dove la parola evoca, suggerisce, rimanda. Non spiega. Bisogna leggere il suo libro varie volte perché ogni volta si ha la sensazione di avere tra le mani un libro diverso. Come se il nostro stato d’animo si dileguasse e si uniformasse a quello del libro, carpendo e intuendo, o solo intuendo, nuove sfumature.

Il titolo è accattivante ed è facile immaginare quali suggestioni riesca a creare nella nostra mente. Pensiamo di trovarci dinanzi ad un libro dai toni  licenziosi e proibiti. E per alcuni aspetti forse lo è. Ma tutto ciò che è rivelato viene detto con parole allusive, cariche di pathos e a volte fortemente struggenti. È un andare alla ricerca di un sé che è al di fuori di noi e che completa ed unisce l’altro che è in noi. È un viaggio nella disperata conoscenza del proprio io. Quell’io a volte negato e soffocato da una società bieca e deforme.

Quindi è un viaggio?  Sì. Diverso da come lo si immagina.

Potrebbe essere una sospesa gestazione. Un parto congelato. Un’esistenza sommersa nel liquido primordiale, dove tutto fluttua e rimane ovattato, come nella casa a forma di uovo, senza finestre e satura d’ovatta. Si va alla ricerca della luce ma si ha paura di partire, di percorrere il tunnel che ti porta verso la luce. “Non credevamo che il tunnel si aprisse nella luce del giorno: temevamo di restare nuovamente intrappolati nel buio, temevamo di tornare là da dove eravamo venuti, nel buio e nella notte”. (pag 77).  Quel mondo sommerso si popola di immagini, simboli, esseri a volte mostruosi, serpenti purpurei che strisciano in neri mari.

In questo viaggio incontriamo varie donne, Sabina, Jeanne. Ognuna parte di un sé che si completa nell’altro. Si muovono all’interno di una casa, nella casa dell’incesto. Il lettore viene invitato ad entrare, ma non può varcare quella soglia. Può solo spiare dal buco della serratura e cogliere la vita e la morte che fluttuano tra le sue oscillanti pareti. Il lettore viene sedotto in un primo momento. Poi scaraventato fuori. Ritenuto incapace di capire. La casa, il nostro intimo essere, dove non a tutti permettiamo di accedere, di varcare quella sogna, di aprire l’uscio. Ma una volta entrati si fluttua, si galleggia, si viene inebriati dal profumo di incenso sprigionato anche dal corpo di Sabina, dalla pelle di madreperla, e da pareti inesistenti che oscillano al suo incedere. O la casa dove ci conduce Jeanne. Una casa che non rientrava nelle 12 case dello zodiaco, con stanze incatenate da gradini consumati in profondità che sapeva di mare. Un mare in movimento e non “immobile dove pesci immobili erano stati incollati su fondali dipinti” (pag 59). Una casa le cui pareti fluttuano, ondeggiano. Una casa senza pareti. Una casa sommersa. Un’Atlantide popolata da animali marini, un’Atlantide che conserva intatto il suo bagliore ma solo per coloro che sono in grado di penetrare nelle sue profondità e capaci di respirare sott’acqua.

Anaïs, Sabina, Jeanne, il loro io. È un io che racchiude dentro di sé voci e volti ancestrali. Appartiene all’io cosmico. Non è facile raggiungere, fondersi nell’altro, diventare l’altro per ritrovare se stessi. Lo puoi fare solo nel momento di fusione carnale dei due corpi e di due anime che si cercano disperatamente. L’amore non ha genere. L’amore unisce due anime e crea un solo essere. La molteplicità per ritornare nell’Uno primordiale. L’incesto perde la sua connotazione negativa e si riveste di un colore caldo e luminoso. Amare l’altro e cercare nell’altro il proprio sé. “E noi due ci riconoscemmo l’un l’altra: io il suo viso e lei la mia leggenda” (pag 23). “Io divento te e tu diventi me” (pag 29). L’altro in te e tu nell’altro. Ma non nel modo tradizionale di due corpi che incestuosamente si uniscono. No, niente affatto. L’incesto di cui parla Anaïs  è l’unione di due corpi che permette all’Io di  completarsi. Se nel momento dell’unione carnale non c’è la morte del proprio sé per abbracciare l’altro, divenire l’altro, allora è solo puro e semplice soddisfacimento dei nostri istinti primordiali e animali. “Assorbita e perduta nella carne di un altro” o ancora “Amare senza coscienza, muoversi senza sforzo nello scorrere morbido dell’acqua e del desiderio, respirare in un’estasi di dissolvimento” (pag 15). Non si può gridare allo scandalo. Non c’è niente di scandaloso in tutto questo. Se riesci a vedere nell’altro te stessa/o e completare il tuo essere con quella parte di te che è racchiusa nell’altro tu compi quell’atto che comunemente e volgarmente viene definito incesto.

Per nascondere tutto questo, per lasciare che gli uomini continuino a sorridere bisogna creare un tessuto di menzogne. Le menzogne di Sabina usate per alimentare illusioni, distruggere realtà. E Anaïs non ha paura di inventare menzogne per Sabina per attraversare il mondo. Ma dietro le loro menzogne un filo di Arianna che permette di ripercorrerle e tornare all’origine.

Le immagini presenti nel libro sono davvero tante, tutte collegate da un filo invisibile. Sono il leitmotiv del racconto. Naturalmente non possiamo parlare di racconto. Non lo è, nel tradizionale modo di intenderlo. È uno stream, un flusso di coscienza. Anaïs si serve della musica e dell’acqua. Due elementi chiave che troviamo in tutta la narrazione. Un po’ come i racconti di Joyce o di Woolf, dove l’acqua assume e ingloba in sé tutti i significati dell’esistenza, l’oscillare perenne tra la vita e la morte, tra la calma e la tempesta, tra l’illusione e la realtà.  L’acqua elemento primordiale che segna il nostro inizio da un nero profondo difficile da definire. L’acqua che ci culla, che ci consola, che ci rilassa, che ci avvolge, che ci accarezza, che ci bacia. L’acqua che ci fa paura, che ci sovrasta, ci inonda, ci intrappola, ci avviluppa, ci travolge, ci annienta. E il desiderio è come l’acqua. Questo è innegabile. Il desiderio di essere baciato da un caldo corpo, di essere accarezzato dal sogno della fusione, il desiderio di muoversi sinuosamente tra calde lenzuola di seta, dove l’io diventa tu e nel tu si ritrova il proprio io.

Tutto fluttuava, anche “il mantello nero” che “pendeva come capelli neri dalle sue spalle” le cui pieghe fluttuavano come “onde che rifluiscono verso il mare” (pag. 19).

L’acqua. Il suo movimento ritmico, il suo oscillare diventano musica, canto, ritmo, danza. Come il canto di Anaïs in grado di lacerare le vele, di bruciarle. Il suo canto capace di squarciare persino le nuvole. Su una nave di zaffiro e un mare di corallo lei canta la sua solitudine e la sua follia. Il divario incolmabile tra il sogno e la realtà, tra lei e gli uomini. La distanza con la realtà diventa sempre più profonda e lei sente di essere una donna pazza, sedotta nelle sue menzogne “simili ad abiti fantastici” che non penetrano nella sua anima. O come le note martellanti sulle chitarre di zingare, o la danza del balletto “Le pas d’acier” ( Il passo d’acciaio, 1925, di Sergej Sergeevič Prokof'ev), dove i ballerini si muovono su impalcature d’acciaio che  le riportano alla mente la collana d’acciaio che Sabina portava intorno al collo nel momento in cui il suo viso si avvicinava allo sguardo di Anaïs, appannandolo con il suo respiro.

Una danza che a volte percepisci, a volte riesci a contemplare, a volte a intuire. Anche se può essere assordante e lacerante come il suono delle campane che Jeanne cercava disperatamente di non sentire, di rifiutare. Una musica fluttuante. Già percepibile dalla prima pagina e che percorre tutto il racconto fino alla fine, quando si osserva la danza incomprensibile della danzatrice senza braccia. Una danza propria, come se non sentisse il suono, isolata e separata dalla musica. Una danza che la porta a roteare seguendo il ritmo e la musica delle orbite terrestri, porgendo le sue facce alla luce e al buio, danzando questa volta, verso la luce del giorno.

Mirella Raganato – inserito 01.05.2013

 

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