La conoscenza di sé

    

BAZZECOLE E PISTACCHI

 

Un problema serio: chi siamo

 

Il discorso sul “Chi sono” o “Chi siamo” presenta delle sfumature, dei distinguo, dei punti di vista.                               Uomo che sa

 

Io sono come mi vedono gli altri. 

Si può fare qualche verifica, un test semplice da distribuire ad amici e conoscenti: un elenco di aggettivi, abbastanza lungo, e chiedere agli amici di individuare e segnare gli aggettivi che secondo loro ci definiscono. Questo test (cercalo  nel mio sito), io l’ho utilizzato per me stesso; ho scoperto che per alcuni sono generoso, per altri il contrario; per alcuni affabile, per altri scontroso; fiducioso e diffidente; sereno e angosciato e tanti altri aggettivi che accoppiati si annullano. Sappiamo che ciò accade perché siamo condizionati dalle nostre esperienze, dalle nostre percezioni. 

Lo disse, e in un certo senso lo dimostrò, Pirandello che ciascuno di noi è “uno, nessuno, centomila”. Noi pensiamo di essere UNO e invece siamo “come ci vedono gli altri” e siccome gli altri sono tanti, siamo MOLTI (centomila), ma essere molti significa essere NESSUNO.

 

Io sono come appaio. 

Tipico della nostra “civiltà” dell’immagine! Il punto di vista si ribalta, ci mettiamo dalla parte di quelli che ci osservano. E costoro ci fanno da guida, ci indicano la strada: se vuoi essere qualcuno devi andare in televisione. Il massimo! Se ci esponiamo, ci mostriamo,  siamo giustificati a dare un’immagine di noi stessi anche non corrispondente al vero. Questo è stato sempre il problema dei politici e di tutti coloro che devono affrontare un pubblico. È una mistificazione micidiale per le conseguenze che produce. Intanto pare sia quella vincente, in quanto quella che convince di più. Ne abbiamo esempi in gran quantità in questi nostri anni.

 

Io sono come gli altri hanno voluto che fossi. 

Mio padre divenne architetto perché mio nonno gli dette lo stesso nome di Giuseppe Cino, architetto e scultore leccese della seconda metà del Seicento. Può sembrare una citazione giocosa, ma il discorso sottinteso non è giocoso, è piuttosto serio, perché tra le tesi che propongo per il “chi sono” è quella che presenta esiti sia negativi che positivi.  Sto accennando all’effetto da aspettativa diffuso in molte famiglie e in molte scuole (trattato più volte in queste pagine). Noi finiamo per essere ciò che gli altri si aspettano da noi. Se tuo padre ha fiducia in te, tu diventerai qualcuno; se l’insegnante è convinto che sei bravo, tu lo diventerai. Purtroppo accade anche il contrario. 

 

Io sono ciò che faccio. 

Accade a volte, se chiediamo a qualcuno: “chi sei?”, di avere una risposta del tipo: “sono avvocato”, “sono impiegato del comune”, “sono pittore”. L’individuo si identifica con ciò che fa. La consapevolezza di sé non va al di là di ciò che il soggetto fa di regola per un terzo delle ore del giorno.

Si può intendere anche, dal punto di vista dell’osservatore, che il soggetto ha assunto i modelli comportamentali in uso tra le persone che svolgono la sua stessa attività. 

Ero all’università con un amico e ci divertivamo a individuare dal modo di vestire l’appartenenza alla facoltà di Fisica o a quella di Ingegneria dei professori che entravano e uscivano dagli edifici, che erano adiacenti, dei due corsi di laurea. Parlo di qualche anno fa. Avevamo individuato che i Fisici vestivano come adolescenti: jeans, scarponcini, zaini, e gli ingegneri come manager in carriera: cravatta, giacca e borsa. 

È un fatto: alcuni rispondono al “chi sei” rivelatore dichiarando ciò che fanno; si deve accettare. Tuttavia attesta una coscienza di sé distorta.

 

Io sono ciò che vorrei essere. 

Io sono le mie illusioni, le mie esigenze insoddisfatte. Forse questa è la risposta più coerente alla domanda “Chi sei?”. Deve essere intesa però come risposta dinamica, una risposta che considera il nostro “tendere verso”. Naturalmente non una risposta infantile o folle del tipo “sono un grande musicista”, ma una risposta che tiene conto dei nostri progetti di vita, della tensione verso gli scopi che ci siamo prefissi. Una siffatta risposta ha anche un merito straordinario, quello di darci consapevolezza di noi stessi, intendo la  capacità di individuare la distanza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

Conosco bene le strade che da Roma conducono a Lecce e viceversa. Un tempo le percorrevo spesso e in quel tragitto si svegliava una coscienza di me che acquistava sempre più forza; diventavano presenti e reali i desideri, gli incubi, le speranze, le certezze mentre le storie vere, ciò che mi era accaduto, sembrava si collocassero nel mezzo tra un viaggio e l’altro, tra un momento e l'altro di questa coscienza, e queste storia si accavallano, si fondevano, addirittura si annullavano, dunque non erano più reali. Insomma nella mia testa accadeva un capovolgimento: ciò che avevo vissuto era niente a fronte di ciò che desideravo o temevo. Non avrei giurato sull'esistenza di eventi, di oggetti, di nomi, di date. Ero soltanto io, fortemente io, dentro una scatola di metallo, sempre in un tratto qualsiasi di quella strada così piena di sogni. Dunque era la consapevolezza di ciò che desideravo che definiva il mio modo di essere, perché io ero quei sogni e non ero quel me lasciato a Roma o a Lecce. 

 

Ma io in fondo so chi sono veramente? 

Quando in greco, in latino e in tutte le lingue del mondo si imponeva quel “conosci te stesso” (nosce te ipsum), si puntava il dito sul soggetto stesso: devi conoscere te stesso perché è necessaria la conoscenza di sé. 

Un conto è la conoscenza di noi da parte degli altri, un conto è se siamo uno o molti, la domanda che resta è: a parte gli altri, il nostro UNO, cioè  la coscienza di noi stessi è così salda da restare in piedi? Per Pirandello no: infatti dice che siamo nessuno. Io credo e spero di sì, anche se tutti dobbiamo ammettere che la conoscenza di sé è un grosso problema. Lo dimostra appunto il fatto che il monito a conoscere noi stessi viene da civiltà di grande spessore. Tuttavia la consapevolezza di sé, se da una parte resta una chimera, dall’altra sembra rimanere in piedi.

Rimane in piedi saldamente quando, pure di fronte alle evidenze e al di là della ragione, io sono emotivamente e razionalmente convinto di essere vivo e che continuerò a vivere. E ciò riguarda i giorni che verranno. 

Rimane in piedi saldamente anche quando percorro il mio tempo all’indietro e penso alle mie azioni, ai miei pensieri, alle emozioni vissute, ancora vive al ricordo. 

Una persona che soffriva di emicrania e ogni mattina l’emicrania si svegliava insieme a lui, mi riferiva che in un periodo, in cui sembrava proprio che il disturbo lo avesse abbandonato, una certa mattina si svegliò e concluse che stava bene e che ciò gli accadeva da tempo. Insomma fu consapevole di essere guarito. Eppure ecco sorgere come un rimpianto del dolore alla tempia. “Era possibile - mi diceva -  che io desiderassi il dolore!?”  e a questa domanda si rispondeva convinto: “Il dolore mi dava una forte coscienza di me stesso, il dolore mi faceva essere presente a me stesso, mi sentivo vivo”. Mi disse che  aveva scoperto l’utilità del dolore e che ne aveva nostalgia. (Posso assicurarvi che non era masochista).

 

21.2.21

 

 21      

 

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Narciso

Il regno della Natura era il regno delle ninfe: delle piante, delle acque, dei monti.


Tra le ninfe dei monti, abitatrici di montagne e valli, burroni e forre, la ninfa Eco è rimasta celebre per la sua triste storia d’amore. Perché Eco amava alla follia Narciso, figlio del fiume Cefiso. Ma Narciso non voleva saperne di lei, non sapeva rispondere al suo amore, non conosceva l’amore….e la bellissima Eco pianse tanto che si consumò per il dolore e di lei non rimase altro che la voce.
Afrodite, dea dell’amore, non sopportò l’incapacità di Narciso di rispondere ai richiami d’amore e volle punirlo.

Un giorno Narciso si accostò a una fontana sull’ Elicone per dissetarsi e scorse la sua immagine.
Lui che non conosceva l’amore lo conobbe quando si vide: si innamorò della sua immagine riflessa nello specchio dell’acqua. Ma non poteva, non poté raggiungere se stesso, oggetto del suo amore, e si addolorò, pianse e, come era accaduto ad Eco, si consunse, e lì sulla riva del fiume nacque un fiore che prese il suo nome, il narciso.

Il fiore è simbolo di una bellezza senza cuore; “ narciso “ è una persona fatua e vanesia che ha il cuore rivolto solo a se stesso.


Avremmo potuto, da secoli, lasciarci guidare da quel “conosci te stesso” che nelle lingue, greca e latina, suona addirittura come monito, eppure chi pretende di educarci lo prende solo marginalmente in considerazione: generiche informazioni sul corpo umano, nessuna su di noi come persona, nessuna possibilità di meditare su come siamo e come ci comportiamo. Sicché usciamo da anni di classi che si succedono, da ordini e gradi di scuola, senza, o quasi, conoscerci. Perlomeno senza che nessuno si sia posto come guida affinché si realizzi il “conosci te stesso”. E la conquista di questo “conosci te stesso” rimane fatica per ciascuno di noi.
Soffermarmi sulle mie sensazioni, meditare sulle mie emozioni, individuare aspetti del mio carattere, riconoscermi capace o incapace di fare; analizzare le mie aspettative per confrontarle con la realtà - la mia realtà e quella che mi circonda -, essere consapevole di come interagisco nel sociale: sono conquiste dell’adulto, e dell’adulto fortunato che abbia avuto un clima in famiglia favorevole, che abbia la sensibilità e la voglia di conoscersi, soprattutto la possibilità di instaurare rapporti interpersonali improntati alla comunicazione e allo scambio.

Così nasce l’affettività positiva verso sé che significa volersi bene, un accettarsi e un compiacersi di sé scevro da esagerati egocentrismi e da chiusure verso l’esterno; un volersi bene da adulto, un adulto che sa che anche gli altri hanno o possono avere motivi per volersi bene. Significa stimarsi, riconoscere i propri limiti senza drammi, le proprie capacità senza pavoneggiarsi. Comprende l’accettazione del proprio corpo - il piacersi -, l’accettazione delle proprie caratteristiche di personalità, degli aspetti che contraddistinguono il nostro comportamento; comprende l’approvazione delle proprie azioni, include le aspettative positive su di sé, si estende verso l’oggetto con la voglia di fare, e verso l’altro con la voglia di comunicare. Si tratta di un’affettività di base, correlata positivamente con le altre due affettività: verso l’oggetto e verso gli Altri con le quali si armonizza.

Altrimenti emerge Narciso con la sola smania di mirarsi e la sua incapacità di guardarsi intorno, comunicare ed agire.

 


L’affettività è il modo in cui l’individuo si pone in relazione con se stesso e con l’ambiente.

Il modo di relazionare può essere di segno positivo o negativo: accettare o rifiutare se stessi, accettare o rifiutare le proprie emozioni o i propri sentimenti, esprimerli liberamente o inibirli; accettare o rifiutare le idee degli altri, essere tolleranti ovvero intolleranti, comunicare o rimanere isolato, essere capaci/incapaci di mettersi al posto dell’altro.

L’affettività - solo per comprenderci - potrebbe essere distinta in 2 categorie: Sé e Altri, e posta su due continui dinamici.

Il continuo esprime la “ mobilità ”: Le capacità relazionali, infatti, “ scivolano ” avanti e indietro senza riguardi per l’età, le convenzioni, le situazioni. Prendiamo per esempio: reagire positivamente agli insuccessi. Anche un bambino può apprendere a reagire bene agli insuccessi: se impara oggi a tollerare un insuccesso nelle sue piccole azioni, da grande è molto probabile che saprà affrontare situazioni ben più gravi. Al contrario: sorridere ed essere in grado di stabilire un contatto. Tutti gli adulti ne sono capaci? Eppure questa sembrerebbe una capacità relazionale di base mentre la prima una capacità che presenta un alto grado di difficoltà.

– Ipotesi di “ continuo del Sé ” ( Affettività positiva verso Sé ) :
conoscere Sé – avere fiducia in se stessi – essere pronti a rischiare – essere indipendenti nei giudizi – essere capaci di ironizzare su se stessi – reagire positivamente agli insuccessi.
– Ipotesi di “ continuo degli Altri ” ( Affettività positiva verso gli Altri) :
sorridere ed essere in grado di stabilire un contatto - conoscere i propri comportamenti nel sociale – essere tolleranti – comunicare – saper lavorare insieme agli altri – saper guidare un gruppo.


 

 

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