Introduzione: Narciso e la conoscenza di sé


Il regno della Natura era il regno delle ninfe: delle piante, delle acque, dei monti.


Tra le ninfe dei monti, abitatrici di montagne e valli, burroni e forre, la ninfa Eco è rimasta celebre per la sua triste storia d’amore. Perché Eco amava alla follia Narciso, figlio del fiume Cefiso. Ma Narciso non voleva saperne di lei, non sapeva rispondere al suo amore, non conosceva l’amore….e la bellissima Eco pianse tanto che si consumò per il dolore e di lei non rimase altro che la voce.
Afrodite, dea dell’amore, non sopportò l’incapacità di Narciso di rispondere ai richiami d’amore e volle punirlo.

Un giorno Narciso si accostò a una fontana sull’ Elicone per dissetarsi e scorse la sua immagine.
Lui che non conosceva l’amore lo conobbe quando si vide: si innamorò della sua immagine riflessa nello specchio dell’acqua. Ma non poteva, non poté raggiungere se stesso, oggetto del suo amore, e si addolorò, pianse e, come era accaduto ad Eco, si consunse, e lì sulla riva del fiume nacque un fiore che prese il suo nome, il narciso.

Il fiore è simbolo di una bellezza senza cuore; “ narciso “ è una persona fatua e vanesia che ha il cuore rivolto solo a se stesso.


Avremmo potuto, da secoli, lasciarci guidare da quel “conosci te stesso” che nelle lingue, greca e latina, suona addirittura come monito, eppure chi pretende di educarci lo prende solo marginalmente in considerazione: generiche informazioni sul corpo umano, nessuna su di noi come persona, nessuna possibilità di meditare su come siamo e come ci comportiamo. Sicché usciamo da anni di classi che si succedono, da ordini e gradi di scuola, senza, o quasi, conoscerci. Perlomeno senza che nessuno si sia posto come guida affinché si realizzi il “conosci te stesso”. E la conquista di questo “conosci te stesso” rimane fatica per ciascuno di noi.
Soffermarmi sulle mie sensazioni, meditare sulle mie emozioni, individuare aspetti del mio carattere, riconoscermi capace o incapace di fare; analizzare le mie aspettative per confrontarle con la realtà - la mia realtà e quella che mi circonda -, essere consapevole di come interagisco nel sociale: sono conquiste dell’adulto, e dell’adulto fortunato che abbia avuto un clima in famiglia favorevole, che abbia la sensibilità e la voglia di conoscersi, soprattutto la possibilità di instaurare rapporti interpersonali improntati alla comunicazione e allo scambio.

Così nasce l’affettività positiva verso sé che significa volersi bene, un accettarsi e un compiacersi di sé scevro da esagerati egocentrismi e da chiusure verso l’esterno; un volersi bene da adulto, un adulto che sa che anche gli altri hanno o possono avere motivi per volersi bene. Significa stimarsi, riconoscere i propri limiti senza drammi, le proprie capacità senza pavoneggiarsi. Comprende l’accettazione del proprio corpo - il piacersi -, l’accettazione delle proprie caratteristiche di personalità, degli aspetti che contraddistinguono il nostro comportamento; comprende l’approvazione delle proprie azioni, include le aspettative positive su di sé, si estende verso l’oggetto con la voglia di fare, e verso l’altro con la voglia di comunicare. Si tratta di un’affettività di base, correlata positivamente con le altre due affettività: verso l’oggetto e verso gli Altri con le quali si armonizza.

Altrimenti emerge Narciso con la sola smania di mirarsi e la sua incapacitĂ  di guardarsi intorno, comunicare ed agire.

 


L’affettività è il modo in cui l’individuo si pone in relazione con se stesso e con l’ambiente.

Il modo di relazionare può essere di segno positivo o negativo: accettare o rifiutare se stessi, accettare o rifiutare le proprie emozioni o i propri sentimenti, esprimerli liberamente o inibirli; accettare o rifiutare le idee degli altri, essere tolleranti ovvero intolleranti, comunicare o rimanere isolato, essere capaci/incapaci di mettersi al posto dell’altro.

L’affettivitĂ  - solo per comprenderci - potrebbe essere distinta in 2 categorie: SĂ© e Altri, e posta su due continui dinamici.

Il continuo esprime la “ mobilitĂ  ”: Le capacitĂ  relazionali, infatti, “ scivolano ” avanti e indietro senza riguardi per l’etĂ , le convenzioni, le situazioni. Prendiamo per esempio: reagire positivamente agli insuccessi. Anche un bambino può apprendere a reagire bene agli insuccessi: se impara oggi a tollerare un insuccesso nelle sue piccole azioni, da grande è molto probabile che saprĂ  affrontare situazioni ben piĂą gravi. Al contrario: sorridere ed essere in grado di stabilire un contatto. Tutti gli adulti ne sono capaci? Eppure questa sembrerebbe una capacitĂ  relazionale di base mentre la prima una capacitĂ  che presenta un alto grado di difficoltĂ .

– Ipotesi di “ continuo del Sé ” ( Affettività positiva verso Sé ) :
conoscere Sé – avere fiducia in se stessi – essere pronti a rischiare – essere indipendenti nei giudizi – essere capaci di ironizzare su se stessi – reagire positivamente agli insuccessi.
– Ipotesi di “ continuo degli Altri ” ( Affettività positiva verso gli Altri) :
sorridere ed essere in grado di stabilire un contatto - conoscere i propri comportamenti nel sociale – essere tolleranti – comunicare – saper lavorare insieme agli altri – saper guidare un gruppo.


 

 

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